Pedalando per scrivere il teatro, Stefano Massini porta in Usa l'epopea dei Lehman

Il direttore artistico del Piccolo di Milano dà a New York un assaggio del testo in inglese del suo "Lehman Trilogy", che dopo il grande successo sta per andare in scena a Londra prodotto dal premio Oscar Sam Mendes

Un drammaturgo italiano ha scritto uno spettacolo su una banca d'investimento americana fondata da immigrati ebrei tedeschi e - ora che sta lavorando al suo allestimento londinese con un regista inglese premio Oscar - viene a presentarlo a New York: a detta sua questo è “il volto culturale e prezioso della globalizzazione”.

Di certo, però, lui non è un drammaturgo qualsiasi: Stefano Massini è il direttore artistico del più prestigioso teatro di prosa italiano, il Piccolo di Milano. Un ruolo che prima ricopriva il leggendario regista Luca Ronconi, che di Massini fu anche il maestro. “Io sono laureato in lettere classiche, non ho studiato drammaturgia in senso canonico: il teatro ha sempre fatto parte della mia vita fin da quando ero bambino, poi da ragazzo iniziai a collaborare con il Maggio Musicale Fiorentino e dopodiché feci come facevano gli aspiranti pittori nel Quattrocento: andai a bottega da un maestro. Il mio è stato Luca Ronconi, di cui divenni assistente al Piccolo”, ci ha raccontato al Martin Segal Theatre Center, dov’è stato invitato per l’Italian Playwrights Project, una collaborazione tra l’Istituto italiano di cultura di New York e l'agenzia culturale Umanism, fondata dagli italiani Valeria Orani, Tommaso Spinelli e Marco Calvani con l'obiettivo di far conoscere gli artisti europei in America.

A New York Massini ha presentato il suo “Lehman Trilogy”, andato in scena per la prima volta a Milano nel gennaio del 2015 ottenendo un successo straordinario (fu l’ultima regia di Ronconi, che morì il mese dopo, mentre lo spettacolo era in cartellone). Un successo che giunse a sorpresa nonostante la qualità altissima del testo, della regia e degli attori fosse chiara a chiunque. Un successo che sorprese perché certo non si pensava che uno spettacolo di cinque ore, diviso in due parti e che ruota tutto attorno alla banca d’investimenti fallita nel 2008 e divenuta il simbolo della crisi finanziaria, potesse non solo inchiodare alla poltrona, ma essere anche venduto e tradotto in mezzo mondo.

Forse questo è accaduto perché “Lehman Trilogy” è sì la storia di una banca, ma soprattutto l’epopea di ogni cosa umana che a quella banca stava dietro; e perché srotola centosessant’anni di storia del mondo e dell’economia attraverso il filo delle vite della famiglia Lehman, raccontando tutto ciò che quelle vite hanno generato. L’arrivo di Henry Lehman al porto di New York in una mattina di gabbiani e di vento del 1844, quello dei suoi fratelli Mendel e Mayer di lì a qualche anno, il piccolo emporio di tessuti che aprirono in Alabama, il commercio del cotone, quello del caffè, il trasferimento a New York, poi l’entrata in borsa e da lì quel che venne dopo, fino al fallimento definitivo - il 15 settembre 2008 - dell'istituto finanziario che nel frattempo era diventato uno dei più importanti del pianeta.

“Ho cercato di scrivere una storia epica. Non solo la storia di una famiglia e di una banca, ma di tutto l'ultimo secolo, e di come siamo arrivati alla crisi”, ci dice Massini. Quando gli chiediamo come gli sia giunta la spinta, ci risponde: “C'è stato un momento in cui ho sentito che le persone odiavano le banche. E ho riflettuto sul fatto che dietro a ogni banca c'è sempre una storia umana, anche se tendiamo a dimenticarlo: la storia dell'uomo o degli uomini che l'hanno fondata”.

Da quel momento, ha iniziato a fare ricerca: ha letto moltissimi libri, visto molte foto, si è fatto ispirare da certe immagini antiche dei fratelli Lehman appena arrivati in America. “È stato un grande viaggio, epico, umano, religioso. Onestamente, non so cosa ho scritto: so solo che ho scritto”.

Quello che all’inizio doveva essere un libro (e poi lo è anche diventato, pubblicato da Mondadori con il titolo “Qualcosa sui Lehman”, mentre il testo teatrale è uscito nella collana di teatro dell’Einaudi), si è trasformato in un’altra cosa quando Massini l’ha mostrato a Ronconi. “Luca, che era la mente più incredibile che abbia mai conosciuto, dopo averlo letto mi scrisse una lettera bellissima in cui mi invitava nella sua casa in Umbria per discuterne, e mi diceva: penso che questo possa essere grande teatro”, continua Massini.

“Alcuni hanno detto che non è una sceneggiatura in senso stretto: forse è il motivo per cui la amo tanto”.

“Lehman Trilogy” è nato infatti come un monologo unico, senza indicazioni su cosa dicesse un dato personaggio. “Ho chiesto a Ronconi 'Quanti attori?', e lui decise che dovevano essere dodici”, ci spiega. E quando lo spettacolo è stato tradotto all'estero, ci sono stati registi che l'hanno messo in scena con tre attori, con diciannove, con uno solo. Quello portoghese chiamò Massini e disse: "La parola banca è femminile: voglio che a recitare tutto sia un'unica attrice donna".

Adesso si sta preparando la versione inglese, che andrà in scena a Londra prodotta dall’ex marito di Kate Winslet, Sam Mendes, regista premio Oscar per "American Beauty". Non c'è ancora un produttore negli Usa, ma Umanism e l’Istituto italiano di cultura sperano che accada presto. Intanto, hanno regalato al pubblico del Martin Segal Theatre Center un assaggio del testo in inglese, interpretato dall’attore Robert Funaro con la direzione artistica di Marco Calvani (e tradotto da Allison Eikerenkoetter).

“Molte delle possibilità che abbiamo oggi le dobbiamo ai fratelli Lehman, e nemmeno lo sappiamo”, ci spiega Massini quando gli domandiamo che cosa, nella sua lunga e appassionata ricerca sulle vite di questa famiglia, l’abbia commosso ed emozionato di più. “Finanziarono per esempio l'idea che ha poi portato al personal computer. E Bobby Lehman fece importanti donazioni a Broadway, alla Radio City Music Hall, al Metropolitan Museum. Fu anche mecenate nel cinema: a lui dobbiamo la realizzazione di 'Via col vento', di 'King Kong'”. (Robert Lehman, nipote di Mendel, finanziò la Paramount Pictures e la 20th Century Fox, ndr).

La cosa che più gli dà gioia, da quando lo spettacolo è in scena, è sentirsi dire dalla gente “che l’economia improvvisamente appare come una cosa viva”, ci racconta. “E io rispondo: certo che è viva, dietro ci sono le persone”.

Portare “Lehman Trilogy” in teatro è stata una bellissima sfida, vinta tutte le volte. E questa fiducia negli spettatori e nel teatro come mezzo universale Massini la deve al principale insegnamento che gli diede il suo maestro quando era ancora il “ragazzo di bottega”: che col teatro e a teatro si può fare qualunque cosa.

Non riuscendo a smettere di fargli domande, gli chiediamo di raccontarci dove scrive, in quale luogo della casa produce i suoi migliori pezzi di scrittura. E lui ci sorprende un’altra volta: “Mai in casa: io pedalo. Declamo frasi e battute ad alta voce e mi registro mentre vado in bicicletta nella campagna fiorentina. Poi quando torno a casa trascrivo tutto”.

Prima di lasciarlo andare vogliamo sapere qual è stato il momento in cui, da bambino o da ragazzo, ha capito che questo era il mestiere che sognava: quando e come sia arrivata l’illuminazione che gli fece dire che la sua vita doveva essere il teatro. “Sinceramente? Non c’è mai stato. Nel senso che io non ricordo un momento in cui la mia vita non sia stata connessa con l'idea del teatro”.

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