Dopo Hillary repubblicani vogliono Kerry

L’opposizione alla nomina di Susan Rice si compatta, il GOP sostiene la candidatura alternativa del senatore democratico del Massachusetts. Ecco perché

Giorno dopo giorno, la campagna lanciata due settimane fa dal senatore dell’Arizona John McCain contro la nomina dell’attuale ambasciatrice degli Stati Uniti all'Onu (nonché obamiana di ferro) Susan Rice per la successione ad Hillary Clinton a capo del Dipartimento di Stato appare sempre meno eccentrica e sempre più problematica per il presidente.

Ieri sul New York Times per il terzo giorno consecutivo è apparso un corsivo a dir poco scettico sulla opportunità di insistere per la candidatura della Rice, a firma di Andrew Rosenthal che da anni è il responsabile della pagina degli editoriali, sia su carta che sul sito web del principale quotidiano del Paese. Il pezzo di Rosenthal, che fa seguito a quello firmato mercoledì da Maureen Dowd e a quello uscito martedì a firma di Stanley Fish, si concludeva con questo pronostico: “pare sempre più verosimile che il Presidente Obama sacrificherà la Rice pur di placare questa polemica [sui fatti di Bengasi, ndr] , e forse opterà per il meno problematico, seppur meno carismatico, Senatore John Kerry”.

In effetti, durante la giornata di ieri il nome di John Kerry, il quale nel 2004 fu sconfitto nella corsa alla Casa Bianca contro George W. Bush e che attualmente è l’unico senatore reduce del Vietnam in carica oltre a McCain (i due hanno peraltro ottimi rapporti: addirittura, pare che nel 2004 Kerry avesse fatto di tutto per convincere McCain a candidarsi come suo vice nel ticket presidenziale) è circolato con crescente insistenza nelle dichiarazioni rese dai quei senatori repubblicani che hanno manifestato contrarietà alla candidatura della Rice.

Tutto questo improvviso trasporto dei repubblicani nei confronti di John Kerry nasce probabilmente da un duplice calcolo: da un lato spingere la Casa Bianca ad un umiliante ripiego su una nomina che a quel punto risulterebbe sponsorizzata più dall’opposizione che non dal presidente fresco di rielezione; dall’altro far sì che Kerry, diventando ministro, lasci vacante il suo seggio senatoriale, rendendo necessaria una elezione straordinaria per riassegnarlo: nel qual caso si rifarebbe avanti con ogni probabilità quello Scott Brown che nel 2010, sempre in una elezione speciale, riuscì rocambolescamente ad espugnare quello che era stato per una vita il feudo di Ted Kennedy, e che lo scorso 6 novembre è stato faticosamente sconfitto dalla Obamiana Liz Warren ma ha pur sempre preso molti più voti di quando è stato eletto: “è solo una sconfitta temporanea” aveva detto, e molti ne hanno preso nota.