Crisi Eurozona può costare rielezione a Obama?

Niall Ferguson spiega perché gli attuali guai di Grecia e Spagna mettono in pericolo la rielezione del presidente di un'America che pure godrebbe di un sistema molto più funzionale

Niall Ferguson, illustre e popolare storico inglese che insegna ad Harvard, specializzato in studi sulla moderna civiltà occidentale, è da tempo convinto che gli Usa possano ancora rappresentare "il Mac, e non l'MSDos, del computer Europa", ma che per riuscirci debbano al più presto ritrovare la propria capacità di primeggiare: nei suoi interventi degli ultimi mesi ha spiegato che il rischio che la potenza americana corre non è quello di un lento quanto inesorabile declino (“non chiamatemi declinista!”), ma semmai quello di un repentino collasso, che si puo' e si deve evitare con un urgente "riavvio del sistema America".

Ora con un lungo pezzo sul nuovo numero di Newsweek Ferguson affronta in un certo senso il percorso inverso, ossia spiega al lettore americano “Come l'Europa potrebbe costare ad Obama la rielezione”. L'incipit è molto chiaro:

A prima vista sembra un interrogativo folle. L'elezione di novembre non dovrebbe giocarsi negli “swing states” come la Fllorida e l'Ohio, piuttosto che in paesi stranieri come la Grecia e la Spagna? Certo. Ma vi è ora una possibilità estremamente concreta che una doppia recessione in Europa possa uccidere le speranze di una consistente ripresa negli Stati Uniti.

Il pezzo di Ferguson merita davvero, perché oltre a chiarire le recenti accorate prese di posizione di Obama rispetto alla crisi dell'Eurozona, da ultimo espresse nella conferenza stampa di venerdì scorso nella quale ha invitato pubblicamente i governi Europei ad adottare misure per favorire la ripresa perché “tutto quello che avviene nel mondo può avere ripercussioni negli Stati Uniti”, è utilissimo anche per il lettore europeo (che pure non ne è il destinatario principale) per capire meglio i termini della attuale crisi.

Per capire come funziona l'Unione Europea e come essa si trova alle prese della crisi immaginate, spiega Ferguson, che gli Stati Uniti non abbiano mai ratificato la costituzione federalista del 1787 e funzionino ancora come confederazione di Stati indipendenti in base agli originari Articoli del 1781. Se così fosse, anche gli Usa avrebbero un governo centrale debolissimo, privo ad esempio del potere di imporre tasse che resterebbe esclusiva prerogativa di ogni singolo Stato membro. Bene: ora immaginate che il Nevada abbia un debito che ecceda del 150% del suo PIL, che in California sia in atto un collasso del sistema bancario, e che in quei due Stati la disoccupazione sia al venti per cento, e quella giovanile al quaranta: disordini a a Las Vegas e sciopero generale a Los Angeles. Ecco: se in un simole contesto l'unica via d'uscita per il Nevada e la California fosse quella di andare col cappello in mano da Stati molto più in salute come la Virginia e il Texas, lo scenario sarebbe quello di negoziati per un piano di salvataggio fra i governatori di tutti i 50 Stati americani, con intervento di funzionari del Fondo Monetario Internazionale che arrivano in California per negoziare un programma di austerity.

Questo semplice ma brillante gioco intellettuale fa toccare con mano al lettore americano le ragioni della attuale situazione europea, ma può anche spiegare al lettore europeo come mai gli Usa non si trovino nella stessa situazione: perché il loro sistema federale ha fatto sì che il peso della crisi sia stato sopportato da tutti e spalmato sul complesso degli Stati membri praticamente senza questioni, mentre in Europa, dove le istituzioni centrali controllano circa l'1% del PIL e non esiste un debito pubblico “federale”, la mancanza di simili meccanismi rende questo tipo di “partecipazione” quesi impossibile. Ferguson, che come si è capito è un convinto federalista, rivendica il fatto di essere stato fra coloro che 13 anni fa avvertirono che avere una banca centrale e una moneta unica senza il resto di una unione federale si sarebbe rivelato insufficiente.
“In privato” racconta Ferguson, il quale è di ritorno da un viaggio di quattro settimane nella vecchia Europa durante il quale ha incontrato personalmente capi di governo e pezzi grossi della finanza, “politici di lungo corso e uomini d'affari europei ammettono che oggi l'Europa starebbe meglio se l'unione monmetaria non si fosse mai fatta: senza l'Euro non ci sarebbe stato l'indebitamento allegro nei paesi più periferici, né la bolla immobiliare in Spagna; e le economie europee più deboli potrebbero uscire dalla recessione come avevano sempre fatrto in passato, ossia svalutando le loro monete nazionali, anziché tentare di ridurre i salari, tagliare la spesa ed alzare le tasse”.

Il pezzo, come si diceva, è mirato prevalentemente al lettore americano e perciò passa poi a spiegare perché la questione è tanto importante anche per gli Usa: Ferguson richiama il precedente dell'estate del1931, quando andò in onda il “secondo tempo della Grande Depressione”, imperniata non più sul crash del sistema finanziario americano, ma da una crisi bancaria europea a partire dal fallimento della banca austriaca CreditAnstalt che innescò un devastante effetto domino, contribuendo in modo determinante al collasso delle democrazie europee e all'ascesa dei movimenti politici totalitari di estrama destra e di estrema sinistra: l'America in definitiva venne trascinata dall'Europa prima in una seconda fase di Grande Depressione, e poi nella Seconda Guerra Mondiale.

Dal punto di vista del lettore europeo, il passaggio sul quale vale la pena di riflettere maggiormente è probabilmente questo: “il problema è che oggi il costo di una rottura dell'unione monetaria sarebbe verosimilmente persino maggiore dei costi di una transizione verso un sistema federale di tipo americano”.

Ma al lettore americano Ferguson propone ovviamente una considerazione finale di taglio ben diverso, ossia la messa a fioco del perché Barack Obama deve essere terrorizzato da quello che sta accadendo in Grecia, in Spagna e a Bruxelles: la disintegrazione dell'Europa potrebbe, ironia della sorte, uccidere le speranze di rielezione del presidente americano di cui gli europeio si innamorarono quattro anni fa.

Nel frattempo Mark McKinnon, uno degli styrateghi repubblicani meno faziosi nei confronti del 44esimo presidente, sabato sera twittava: “fino a poche settimane fa il Partito Repubblicano faceva campagna elettorale perRomney solo perché gli era toccato lui come candidato; adesso invece hanno cominciato a fargli campagna perché ritengono che possa davvero vincere”.

Altri Servizi

Christie’s vende orologio Cartier di Jackie Kennedy

Il valore dell’orologio della vedova del 35esimo presidente americano è stimato tra i 60.000 e i 120.000 dollari. C'è anche un quadro realizzato dall'ex first lady mai visto dal pubblico
Christie's

La casa d’aste Christie’s di New York ha annunciato la vendita di un orologio Cartier in oro 18 carati appartenuto a Jacqueline Kennedy Onassis. L’oggetto, che verrà presentato ai potenziali acquirenti il 21 giugno prossimo, rappresenta il fiore all’occhiello dell’annuale vendita intitolata New York Rare Watches and American Icons e organizzata da Christie’s. Il valore dell’orologio della vedova del 35esimo presidente americano è stimato tra i 60.000 e i 120.000 dollari.

Macy's: i conti deludono, continua a soffrire debolezza settore retail

Nei punti vendita aperti da almeno un anno le vendite sono scese per il nono trimestre di fila e più delle attese degli analisti
Macy's

I grandi magazzini Macy's continuano a soffrire la debolezza che ormai da tempo caratterizza il settore retail, colpa non solo del cambiamento delle abitutidi di consumo (gli acquisti online stanno prendendo sempre più piede) ma anche di un dollaro forte che riduce il potere d'acquisto dei turisti. Il titolo è arrivato a perdere nel pre-mercato il 12% all'indomani di una seduta finita a quota 29,34 dollari.

Da Giuliani a Wainstein: i candidati per sostituire Comey all'Fbi

Trump sceglierà "nei prossimi giorni" il nuovo direttore. Su Twitter, il presidente ha difeso la sua scelta affermando che "Comey aveva perso la fiducia di tutti a Washington, repubblicani e democratici"

La decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di licenziare il direttore dell'Fbi, James Comey, pone diverse questioni, tra cui quella su chi prenderà il suo posto. Non si tratta certo di una scelta facile per la Casa Bianca, che dovrà puntare su una persona con una grossa reputazione e molto rispettata dal Congresso e dagli agenti dell'Fbi.

21st Century Fox: gli scandali sessuali non intaccano i conti

Svelati però patteggiamenti per 10 milioni di dollari nel primo trimestre del 2017. I ricavi trimestrali hanno deluso. Gruppo fiducioso di chiudere la scalata della britannica Sky entro la fine dell'anno
iStock

Gli scandali di molestie sessuali nel canale Fox News che hanno portato all'uscita prima dell'ex Ceo Rger Ailes e poi del presentatore Bill O’Reilly e del co-presidente Bill Shine non sembrano avere avuto un impatto negativo sui conti dei primi tre mesi del 2017 della controllante 21st Century Fox. Il colosso dell'intrattenimento ha però rivelato in un documento depositato presso l'autorità di borsa Usa patteggiamenti per 10 milioni di dollari raggiunti nel trimestre, che si è chiuso con vendite deludenti. Separatamente, il gruppo nato nel 2013 dallo split in due della vecchia News Corp (a quella nuova fanno capo soltanto le attività editoriali con prodotti come il Wall Street Journal) è "fiducioso" di chiudere entro la fine dell'anno la scalata al 100% della britannica Sky.

Trump silura il capo dell'Fbi: non sembra una coincidenza

Partita la ricerca al successore di James Comey, accusato di avere gestito male il caso sulle email di Clinton. Ma c'è chi fa paragoni con lo scandalo Watergate. I democratici chiedono un procuratore speciale che porti avanti indagini sulla Russia

Alla fine James Comey è stato licenziato. Da Donald Trump, che ora può nominare a suo piacimento il nuovo capo dell'Fbi. Scelto da Barack Obama nel 2013 e sopravvissuto alle polemiche sorte sul finire della campagna elettorale per la sua gestione dell'emailgate riguardante Hillary Clinton, Comey è stato silurato con effetto immediato nella serata america del 9 maggio2017. Una mossa giudicata da molti "scioccante" dal momento che si è verificata mentre la polizia federale americana guidata da Cmey sta conducendo un'inchiesta sulla presunta interferenza della Russia nelle elezioni presidenziali dell'8 novembre 2016 e sui potenziali legami tra lo staff di Trump e funzionari russi. Non a caso l'opposizione democratica, che subito ha fatto paragoni allo scandalo Watergate, ha chiesto la nomina di un procuratore speciale che porti avanti le indagini sul Russiagate. Comey è il secondo e unico direttore dell'Fbi ad essere stato cacciato: lo stesso destino toccò nel 1993 a William Sessions; allora alla presidenza c'era Bill Clinton.

Fbi, al via i colloqui per sostituire James Comey

Il segretario alla Giustizia, Jeff Sessions, e il suo vice, Rod Rosenstein, incontreranno quattro candidati in questa prima fase

È iniziata ufficialmente l’era post James Comey al Federal Bureau of Investigation (Fbi). Il segretario alla Giustizia americana, Jeff Sessions, e il suo vice, Rod Rosenstein, terranno oggi i primi colloqui con quattro candidati che potrebbero succedere a Comey alla direzione della polizia federale americana.

Casa Bianca infuriata: si è sentita raggirata da foto del Cremlino

Sorrisi smaglianti e strette di mano calorose di Trump con ministro degli Esteri e ambasciatore in Usa della Russia. Washington dice di non essere stata informata da Mosca che le immagini scattate sarebbero circolate in pubblico
AP

La Casa Bianca è su tutte le furie. Con il Cremlino, reo di avere diffuso fotografie di un incontro avvenuto ieri a porte chiuse nello Studio Ovale tra Donald Trump e due funzionari russi. L'errore di comunicazione sembra però, almeno in parte, anche Made in America. Non solo per una mancanza apparente di coordinamento con i colleghi russi ma anche perché nelle immagini incriminate si vede un Trump con sorriso smagliante e che stringe calorosamente le mani di Sergei Lavrov e Sergei Kislyak, rispettivamente il ministro degli esteri e l'ambasciatore in Usa della Russia.

Un attacco hacker mondiale ha colpito decine di paesi con un virus rubato all'Nsa

Colpite almeno 74 nazioni tra cui Italia, Regno Unito, Russia, India e Cina, ma arrivano denunce anche dal sud America e dall'Africa
Shutterstock

Un cyber attacco mondiale di proporzioni enormi è stato messo a segno grazie ad un’arma rubata alla National Security Agency (Nsa) americana. Sono infatti oltre 45.000 gli attacchi informatici messi a segno venerdì in almeno 74 Paesi, tra cui Italia, Regno Unito, Spagna, Russia, India, Cina, Ucraina, Taiwan, Egitto ma anche sud America e altri paesi africani.

I Teletubbies "si sposano" con Charlie Brown e i Peanuts

Dhx Media ha rilevato la divisione intrattenimento di Iconix Brand Group, che controlla il 100% di Strawberry Shorcake e l'80% di Peanuts. Operazione da 345 milioni di dollari

Dhx Media, il gruppo canadese di brand e contenuti per bambini famosa per i "Teletubbies", comprerà Charlie Brown, i Peanuts e Strawberry Shortcake per 345 milioni di dollar. Infatti, come si legge in una nota, Dhx Media ha rilevato la divisione intrattenimento di Iconix Brand Group, che controlla il 100% di Strawberry Shorcake e l'80% di Peanuts (il restante 20% resterà alla famiglia di Charles Monroe Shulz, il creatore del fumetto, poi diventato un vero e proprio brand).

Michelle Obama contro Trump: "Nessuno dovrebbe giocare con la salute dei nostri bambini"

L'ex first lady si è schierata contro le nuove politiche sulla nutrizione volute dal presidente. È stata la sua prima apparizione pubblica a Washington da quando ha lasciato la Casa Bianca

Michelle Obama ha lanciato un messaggio a Donald Trump, schierandosi contro le mosse della sua amministrazione che mettono a rischio le politiche nutrizionali volute da suo marito: "non si scherza con la salute dei nostri bambini". L’ex first lady è intervenuta all'incontro annuale del "Partnership for a Healthier America Summit", a Washington, in quella che è stata la sua prima apparizione pubblica da quando lo scorso novembre ha lasciato la Casa Bianca.