Perché ci sono ancora così tanti monumenti fascisti in Italia? La domanda del New Yorker

Fendi

Perché in Italia esistono ancora così tanti monumenti di epoca fascista? A chiederselo è il New Yorker, in un articolo dal titolo secco e provocatorio firmato da Ruth Ben-Ghiat, docente di storia e studi italiani presso la New York University. Mentre in Usa continua il dibattito sui monumenti sudisti e sulle statue di Cristoforo Colombo, nel suo pezzo Ben-Ghiat esprime tutto il suo stupore non solo per il fatto che questi monumenti siano rimasti ma soprattutto perché sono ancora oggi ben visibili.

D’altra parte nella penisola italiana è altissimo il numero di opere legate a quel periodo storico sui quali campeggiano in evidenza i simboli dell’ideologia fascista. Tra questi, nell’articolo viene nominato il Palazzo della Civiltà Italiana, che sorge nel quartiere Eur di Roma, e che viene descritto come "una reliquia di un'aberrante aggressione fascista".

Ulteriore problema, secondo quanto scrive la docente di storia italiana, è che non è nemmeno stata cancellata la scritta "un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori", celebre frase pronunciata da Mussolini il 2 ottobre 1935 durante il discorso con cui annunciò l’inizio della guerra in Etiopia. "Lungi dal prendervi le distanze, in Italia viene celebrato come una icona modernista", si legge sempre nel pezzo di Ben-Ghiat che sottolinea poi come questo monumento, nel 2004, sia stato riconosciuto come sito di "interesse culturale", mentre nel 2010 sia stato parzialmente ristrutturato. Ma non solo, perché il professore ricorda anche che, cinque anni dopo quella ristrutturazione, la casa di moda Fendi ci ha trasferito il suo quartier generale.

Tra le altre domande che questo articolo si pone c’è anche quella che si chiede perché l’Italia abbia tutelato questo "patrimonio fascista" mentre altri paesi si sono impegnati a rimuovere i segni di un regime. L’esempio più lampante è ovviamente quello della Germania dove nel 1949 è stata emanata una legge che sancisce l’apologia al nazismo vietandone il saluto e altri rituali pubblici, facilitando inoltre anche la soppressione dei simboli del Terzo Reich. Al contrario, "l'Italia non ha subito alcun programma di rieducazione comparabile" a quello della Germania.

L’articolo, pubblicato sui profili social del magazine, ha inevitabilmente scatenato un vero e proprio dibattito online, con diversi interventi di lettori - tanto italiani quanto americani - la maggior parte dei quali è stata molto critica nei confronti della docente mentre solo una piccola minoranza si è espressa a favore.

 

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