Più che il sogno americano, un'America da sogno

Intervista a Matteo Pericoli, disegnatore innamorato di Manhattan

Matteo Pericoli, milanese di nascita, è un architetto, illustratore, giornalista e insegnante. Nel 1995 si è trasferito a New York, dove a trascorso diversi anni. I suoi disegni sono stati pubblicati sui principali quotidiani e riviste in America e in Europa, dal New Yorker a Vanity Fair, dal New York Times a La Stampa.

Nel 1998 ha iniziato a disegnare lo skyline di Manhattan edificio per edificio, riempiendo due rotoli di carta lunghi undici metri e mezzo. Ha lavorato per due anni e messo nero su bianco 1500 edifici e 19 ponti, dall' East Side al West Side della penisola newyorkese. Il suo lavoro è diventato un libro di successo “Manhattan Unfurled”, finito di stampare nel 2001, poche settimane prima l’attentato dell’11 settembre.

Attualmente Matteo vive a Torino con la moglie Holly, nata nel New Jersey e newyorkese di adozione, e loro figlia. All’inizio di ottobre ha presentato un nuovo libro, “London Unfurled”, un percorso di 30 km lungo il Tamigi, che ci accompagna da Nord a Sud di Londra.

Lo abbiamo intervistato per parlare del suo lavoro, di New York e del sogno americano.

Hai appena presentato a Londra il tuo nuovo libro, London Unfurled, a dieci anni dalla pubblicazione di Manhattan Unfurled. Come ti è venuta l’idea di disegnare le città in questa maniera?

Guardando indietro, e ripensando a Manhattan Unfurled, mi viene da pensare che in realtà non fosse un’idea vera e propria. Almeno non come quelle idee finite e compiute. Forse fu più il risultato di un bisogno, quello di capire il luogo dove vivevo. Quando sono venuto a New York nel 1995, ho passato molto tempo a cercare di assorbirne tutto l’assorbibile. Viaggiavo ovunque senza mai riuscire a coglierla nella sua interezza, senza mai bene riuscire a capire perché fosse così straordinaria ai miei occhi. Ne schizzavo alcuni palazzi, disegnavo le punte di grattacieli poco visibili, facevo cartoline per gli amici, reali o immaginarie, disegnavo i portoni d’ingresso di case anche anonime, perché in tutto ciò avrei forse potuto – pensavo – trovare quella chiave di lettura che mi facesse capire perché era così speciale. In fondo, lo sento ancora ora, me ne ero semplicemente innamorato perdutamente e, come capita a tutti gli innamorati, guardavo l’oggetto della mia infatuazione cercando in esso, invano, la spiegazione di quel senso di ebbrezza che era – probabilmente – da ricercare altrettanto dentro di me. Poi, un giorno del 1998, feci il primo di una lunga serie di giri sulla Circle Line, le circumnavigazioni di Manhattan in battello. Dalla barca, finalmente, potevo rilassarmi e, come di fronte a un film, osservare New York scorrere davanti a me, in silenzio, senza che lei se ne accorgesse. E così iniziai a disegnarla, pollice dopo pollice, palazzo dopo palazzo, senza omettere nulla, senza scegliere nulla, disegnando tutto. Volevo capirla disegnandola tutta. Fu dopo molto tempo che mi accorsi che un disegno come quello di Manhattan non esisteva. Che nessuno si era mai preso la briga di disegnare quelle decine di miglia di costa che contengono uno dei luoghi, fisici o immaginari, più pensati al mondo.

Come avviene il passaggio dallo sguardo al foglio? Qual è il tuo metodo?

Le centinaia/migliaia di fotografie che faccio non fanno altro che replicare la frammentazione con cui percepiamo le città. Una volta raccolte, osservo le foto per molto tempo. Le passo in rassegna, le confronto, inizio a riconoscere gli elementi importanti, i punti fermi che di certo finiranno nel disegno. Ci vuole del tempo prima che possa iniziare anche solo a schizzare. Il tempo è una delle chiavi del mio lavoro. Più tempo passo a non disegnare e a osservare, meglio verrà il disegno. Non ho idea di quanto sia il tempo necessario mentre guardo, so solo quando è ora. È un bel momento, quello che sopraggiunge quando mi sento pronto a cominciare. Disegnare non è altro che sintetizzare. Ogni linea è il risultato di un’esclusione di mille altre linee forse inutili. Prima di escludere bisogna sapere il perché.

Manhattan Unfurled è stato stampato nel Settembre 2011, subito prima dell’attentato alle Torri Gemelle. Che effetto ti ha fatto avere per le mani un nuovo lavoro che apparteneva già al passato?

Le prime due copie del libro mi arrivarono il fine settimana prima dell’11 settembre. Ricordo come l’11 settembre presi la copia che era in bella vista su una mensola nella nostra sala di allora, la coricai su un fianco e non la ripresi in mano per mesi. Pensai che il lavoro appena finito non avesse più senso, che nel distruggere una parte avevano distrutto il tutto. Che l’insieme non avesse senso perché non poteva reggere l’atroce menomazione. Ci misi tempo a rendermi conto invece che, nell’averla disegnata nella sua interezza subito prima che cambiasse per sempre, avevo contribuito a fissare un ricordo che nessuno voleva dimenticare.

Cosa pensi del nuovo progetto del World Trade Center?

Ho seguito per anni le complesse vicissitudini legate alla ricostruzione di Ground Zero. Ne ho seguito sia gli aspetti architettonici che quelli politici ed economici. Non vorrei addentrarmi ora nelle tante e intricate questioni, anche perché non credo esista un vero e proprio progetto organico del nuovo World Trade Center. Vorrei dire invece che avendo da poco ridisegnato per il New Yorker la parte di Manhattan che va da Canal Street alla Battery vista dal fiume Hudson per il decimo anniversario dell’11 settembre, ho provato un’emozione molto intensa nel disegnare le due gru arrampicate in cima alla nuova torre One World Trade Center, ancora in costruzione. Quelle due specie di braccia protese verso l’alto mi hanno fatto molta tenerezza. Ho sentito il fortissimo desiderio della città di ritrovarsi e ridefinire la sua nuova identità. Cosa impossibile, credo, ancora così presto, ma il desiderio è forte.

Hai disegnato Manhattan come skyline, Manhattan vista dalle finestre, Manhattan osservata a 360 gradi da Central Park. Come la descriveresti a chi non l’ha ancora vista?

Credo che la descriverei come un luogo che ti sorprende qualsiasi sia la tua aspettativa. È talmente accogliente e inclusiva che qualsiasi idea preconcetta salta. È un luogo caldo, è una città consapevole della propria bellezza e di piacere, ma è anche curiosa di sapere perché piace proprio a te. Ti senti uno di loro dopo un’ora. Non esiste il sentirsi straniero. Sono tutti stranieri, siamo tutti stranieri. Non ti puoi nascondere da te stesso. Può mettere in risalto il meglio e il peggio in te. È dura, ma lo è con tutti. Il rischio è che se ti piace la giustificherai anche quando non è il caso.

Quando stavi a New York hai vissuto sia a Manhattan che nel Queens. Da architetto e da “abitante”, cosa pensi degli altri quartieri di New York?

Penso che gli altri quartieri di New York abbiano un fortissimo carattere, ben definito e diverso da quello di Manhattan. La mobilità e le trasformazioni urbane a New York sono tali che nessun luogo resta lo stesso per molto tempo. Manhattan è cambiata molto durante il periodo in cui ho vissuto lì, dal 1995 al 2008. Il cambiamento ha reso sempre più difficile e costoso viverci e molti, come me e mia moglie, si sono trovati a dover cercare altrove. Ma la fortuna di New York è che si tratta di una città fatta di centinaia di piccoli paesi, di quartieri e comunità con fortissime identità e una sorta di orgoglio più o meno latente a fare da legante. C’è posto per tutti a New York, basta trovare il proprio luogo, la propria dimensione; come un gatto che finisce per trovare l’angolo della casa dove passerà il 90% del suo tempo. Così funziona New York: se si azzecca il quartiere dove vivere si finisce per entrarci in simbiosi.

Nei tuoi disegni della città da una parte fai vedere semplicemente quello che c’è, nei dettagli e in maniera molto democratica, dall’altra lasci trapelare una dimensione personale, umana, se non altro nel tratto della linea. Come stabilisci l’equilibrio tra le cose?

Credo che dipenda principalmente, e semplicemente, dal fatto che i miei sono disegni al tratto e che non uso nessuno strumento né per aiutarmi a non sbagliare (tipo per andare dritto), né per misurare, e forse anche perché – o soprattutto perché – non posso cancellare una volta che ho fatto una riga. La paura dell’errore è una sana emozione che, volenti o nolenti, viene trasmessa dalla linea. Come dicevo sopra, i disegni al tratto non sono che sintesi della realtà. Non cercano di giocare con la maniera in cui vediamo le cose, non cercano di replicare chiaroscuri o altri effetti ottici, per così dire; sono nudi e crudi. Sono uno specchio del pensiero più che della vista. Le linee devono sapere perché sono lì e a cosa servono. Una linea incerta non racconta. Una linea sbagliata sì, perché il disegno al tratto è più vicino al racconto di quanto lo sia alle altre cosiddette arti visive.

Dagli Stati Uniti sei tornato a vivere in Italia, con tua moglie Holly e vostra figlia. Perché avete scelto Torino?

Perché nella scelta della nuova città da sperimentare – e si tratta ancora di un esperimento – sia io che mia moglie (che è americana) volevamo trasferirci in una città che nessuno dei due conosceva. Perché dopo varie possibilità e un sopralluogo, mi sono reso conto che Torino sembrava essere uno di quei luoghi in trasformazione, in cerca di un’identità dopo un’inattesa e piacevole rinascita. Perché, dopo New York, mi rendo conto che vivere in città non ancora “finite” è stimolante, è bello, si sente di essere partecipi in qualcosa di più grande.

Cosa hai riportato a casa dopo i tuoi anni a New York? Cosa si trova negli Stati Uniti che in Italia non c’è?

In realtà, non credo di essere tornato “a casa”. Torino non l’avevo mai conosciuta e l’Italia, dopo tanti anni via, non è esattamente come me la ricordavo dal 1995. E poi, non essendo più io quello stesso io, è ovvio che tutto mi sembri diverso. Sarebbe forse più appropriato dire che ci siamo portati dietro la nostra casa, oppure che stiamo ancora vagando in cerca di una casa. Dopo aver vissuto a New York per tanti anni, è difficile non continuare a pensare a New York come “casa”, o comunque come quel luogo dove tanto, forse la maggior parte, di quello che sono io ora è nato. Non saprei da dove iniziare a elencare cosa si trova negli Stati Uniti che non c’è in Italia. Ma non è questa la questione credo, perché si potrebbe fare anche il discorso al contrario, quante cose si trovano in Italia che negli USA non ci sono. È un discorso troppo vasto direi, e vago. E poi “conoscere” veramente gli Stati Uniti non è facile. È un continente intero, c’è tutto e il contrario di tutto. Io, nei miei tredici anni a New York, posso dire di aver iniziato a conoscere New York e di avere una percezione di come funzionino gli Stati Uniti. O meglio di come io (con tutto il mio bagaglio) mi sia ambientato e inserito in una realtà diversa. Ma se si desidera capire gli Stati Uniti davvero, ci vogliono un grande sforzo, una grande apertura e il saper cancellare tutto ciò che si crede di sapere.

Matteo, secondo te esiste ancora il sogno americano? Hai un consiglio per chi vuole realizzarlo?

Ora che sono altrove, una delle più forti nostalgie che provo, mi rendo conto, non è tanto di New York per sé, o degli Stati Uniti, ma di quello che provavo a un certo punto della mia vita che coincide col mio essere a New York. Associo, comprensibilmente, l’ebbrezza della totale novità e della miriade di possibilità davanti a me a un luogo ben preciso. Il sogno di scoprire cosa si sa fare, cosa si può fare e cosa si riesce a fare, e che provandoci e dedicandosi completamente a qualcosa si può riuscire a fare queste scoperte, dovrebbe essere un “sogno” a disposizione di tutti. A prescindere dal dove. Bisognerebbe sostituire l’aggettivo “americano” con un’altro. Perché, in principio, tale scoperta potrebbe accadere ovunque. La particolarità degli Stati Uniti è che ha basato il proprio sostentamento economico, sociale e culturale sul permettere a chiunque di fare proprio questo. Due terzi delle persone negli Stati Uniti oggi hanno un qualche legame con una persona passata da Ellis Island. Gli Stati Uniti sono stati per decenni il luogo più inclusivo al mondo. L’idea di meritocrazia impregna la maggior parte dei rapporti di lavoro. È importante, credo, misurarsi prima o poi con se stessi. Non deve necessariamente accadere negli Stati Uniti, può accadere ovunque; ma gli Stati Uniti sono un terreno molto fertile per questo esperimento. Infatti, la familiarità, le abitudini e la prevedibilità sono meccanismi essenziali per una certa qualità della vita, e chiaramente presenti in Italia; ma questi meccanismi intrinsecamente ostacolano e smorzano quell’istinto di scoperta, di sperimentazione e di rischio che inevitabilmente accompagna la scoperta di sé.

Il lavoro di Matteo Pericoli si può seguire sul suo sito, sulla sua pagina facebook e su twitter

La foto di Matteo Pericoli è di Euclides Santiago

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