Quelle pubblicità che fanno arrabbiare: Urban Outfitters nel mirino delle mamme americane

Da Benetton ad Abercrombie & Fitch, molte le aziende che hanno sfidato il comune senso del pudore

Provocanti, blasfeme e spesso contrarie al comune senso del pudore. Da sempre l’obiettivo delle campagne pubblicitarie di moda è far parlare la gente. Questa settimana sta facendo parecchio rumore la pubblicità del marchio americano Urban Outfitters. La foto incriminata è contenuta nel catalogo di aprile del brand e mostra due giovani, affascinanti donne che si scambiano un bacio appassionato. Un’immagine che ha attirato le ire del gruppo conservatore One Million Moms (Un milione di mamme), ramo dell’Associazione famiglie americane. One Million Moms ha subito messo in guardia i suoi sostenitori, consigliando di boicottare la catena d’abbigliamento e di andare a fare spese altrove. “La pubblicità e il catalogo sono rivolti chiaramente ai teenagers - avvisa l’associazione nel messaggio – il contenuto è offensivo e inappropriato per un adolescente”.

In realtà, Urban Outfitters negli Stati Uniti non è considerato esattamente un marchio gay-friendly. “Ogni volta che date loro dei soldi, li aiutate a finanziare una campagna contro i diritti dei gay” scrisse l’anno scorso su Twitter Miley Cirus, per invitare i suoi fan a boicottare il brand. La cantante e attrice statunitense lanciò l’appello dopo aver scoperto che il presidente di Urban Outfitters, Richard Hayne, aveva donato migliaia di dollari per la campagna dell’ultraconservatore Rick Santorum quando quest'ultimo era senatore della Pennsylvania.

Ma non è la prima volta che la catena di abbigliamento statunitense viene presa di mira. La tribù dei Navajo ha di recente avviato una causa nella corte distrettuale del Nuovo Messico, per impedire a Urban Outfitters di vendere prodotti con il brand “Navajo”. “La nostra tradizione ha un valore e legarlo fittiziamente a un oggetto è chiaramente un abuso” hanno spiegato i rappresentanti dei nativi americani, che si sono sentiti offesi dallo sfruttamento del nome della loro tribù. E Urban Outfitters ha fatto infuriare anche gli irlandesi d’America, con la linea di t-shirt messa sul mercato in occasione del St Patrick’s Day. Magliette con slogan come “Kiss me, I’m drunk, or Irish, or whatever” (“Baciami, sono ubriaco, o irlandese, o qualcosa del genere”) e altri messaggi con riferimenti più o meno velati al cliché dell’irlandese che ama l’alcol ed è spesso ubriaco.

Insomma, sembra che per vendere sia necessario far parlare di sé: bene o male, non importa. Quello di Urban Outfitters è solo uno dei casi più recenti. La storia della moda è costellata di campagne pubblicitarie controverse. Uno dei marchi che più ama provocare è di sicuro l’italiano Benetton. Nel 2011 fecero scandalo i manifesti della campagna “Unhate”, che raffiguravano il bacio tra grandi personaggi della contemporaneità. Perfino il Vaticano minacciò querele per la foto di Benedetto XVI che baciava l’Imam del Cairo. Ma “Unhate” fu solo la punta dell’iceberg di una lunga storia di provocazioni. Chi non ricorda le fotografie scattate per il brand da Oliviero Toscani negli anni Ottanta e Novanta? Il prete che bacia la suora, il bambino appena nato ancora attaccato al cordone ombelicale, l’agonia di un malato di Aids, la nave assaltata dagli emigranti e molte altre.

Altra azienda spesso finita nell’occhio del ciclone per le immagini scandalose è l’americana Abercrombie & Fitch, nota per l’uso disinvolto del sesso in campagne pubblicitarie rivolte ad adolescenti e bambini. Una delle foto che più fece discutere fu quella di una ragazza in topless che abbraccia un ragazzo a torso nudo, contenuta nel catalogo del Natale del 2003. Ma ancora più criticata fu la foto raffigurante sesso di gruppo tra teenagers.

Tra i temi ricorrenti e che più fanno scalpore ci sono l’uso di modelle minorenni o addirittura bambine ritratte in pose sexy e atteggiamenti equivoci, i riferimenti alle droghe e l'esaltazione della magrezza o, più spesso, dell’eccessiva magrezza femminile.