Repubblicani su tutte le furie dopo accordo Trump-democratici

Le probabilità di una riforma fiscale entro fine anno calano. Lo speaker alla Camera, Paul Ryan, getta dubbi sull'aliquota al 15% delle aziende promossa dal presidente

"Ci ha fottuto". Questo commento dà l'idea dell'aria che tira dentro il partito repubblicano all'indomani dell'accordo siglato tra Donald Trump e l'opposizione democratica. E' la dimostrazione di come l'ostilità tra il Gop al Congresso e il presidente americano abbia raggiunto nuovi livelli. E c'è chi insinua che ora l'approvazione entro fine anno di una riforma fiscale tanto cara al leader Usa sembri meno probabile. Non solo: non manca chi a Washington si aspetta che nelle elezioni di metà mandato del 2018 i democratici riprendano il controllo della Camera (perso nel 2010). Così facendo Capitol Hill non sarebbe più interamente rosso come lo è dal 2014 ma anche blu (il colore del partito democratico).

Il vantaggio dei democratici
Il punto del contendere è l'intesa siglata da Trump con la leadership democratica al Congresso per estendere di tre mesi il tetto al debito e il finanziamento del governo Usa in un pacchetto che prevede aiuti per le vittime dell'uragano Harvey. Così facendo Trump evita una battaglia politica a fine mese, momento entro cui per evitare un default e una paralisi del governo della prima economia al mondo bisognava approvare due provvedimenti: l'innalzamento del limite oltre il quale Washington non può emettere nuovo debito per finanziare le proprie attività e onorare i propri impegni con i creditori e le voci di spesa per il nuovo anno fiscale, che inizierà il primo ottobre. Il rischio però è che uno scontro politico ancora più forte si preannunci a dicembre. Quando l'accordo "bipartisan" scadrà il 15 dicembre, i democratici potranno fare leva su una serie di priorità come la sanità e l'immigrazione se da loro i repubblicani vorranno voti per alzare il tetto al debito a lungo termine e per approvare il budget.

"Chuck e Nancy" - come Trump ha chiamato il senatore Schumer e la deputata Pelosi, a capo della minoranza democratica al Senato e alla Camera - hanno saputo dimostrare di sapere convincere l'autore di "The Art of the Deal". Un funzionario del Gop ha detto ad Axios che "i democratici hanno ottenuto in una sola visita allo Studio Ovale più di quanto fatto in anni dai repubblicani".

Lo scontro tacito tra Trump e la leadership Gop al Congresso
Mitch McConnell e Paul Ryan, i leader della maggioranza repubblicana al Senato e alla Camera, sembrano su tutte le furie. Non a caso Cnn scrive che Trump è stato fortunato per avere lasciato ieri la Casa Bianca con i suoi capelli intatti. Ma se loro sebrano non sopportare il presidente, lui condivide lo stesso sentimento nei loro confronti. Trump ha pesantemente e pubblicamente criticato McConnell per non essere riuscito a portare a casa nemmeno la sola abrogazione dell'Obamacare, la riforma sanitaria entrata in vigore nel 2010 quando alla presidenza c'era Barack Obama. Quanto a Ryan, il Commander in chief non si è certo dimenticato di quanto detto privatamente dallo speaker alla Camera - non difenderò Trump - quando lo scorso ottobre il Washington Post portò a galla commenti sessisti fatti nel 2005 dal miliardario di New York (si vantò di potere fare di tutto con le donne, anche "prenderle per i genitali").

Dubbi sulla riforma fiscale
Ancora prima che arrivasse la notizia di un accordo tra Trump e democratici, Ryan aveva bocciato la proposta di questi ultimi come "ridicola". Oggi lo speaker alla Camera ha spiegato che nel mezzo di due disastri naturali - gli uragani Harvey e Irma - il presidente voleva creare un "momento bipartisan". In una intervista in streaming al New York Times, Ryan ha (almeno all'apparenza) detto di comprendere il ragionamento alla base della decisione di Trump ma ha anche messo in dubbio uno degli obiettivi chiave della riforma fiscale allo studio della Casa Bianca: un taglio dell'aliquota al 15% dal 35% versata dalle aziende nelle casse dello Zio Sam. "Alla fine, i numeri devono funzionare" e secondo lui lo potrebbero fare con un'aliquota tra il 20 e il 25%. Va ricordato che la proposta di riforma presentata nel 2016 da Ryan prevedeva un'aliquota al 20% con un gettito di mille miliardi di dollari in 10 anni derivante da tasse sulle importazioni, un'idea ventilata anche dall'amministrazione Trump ma definitivamente accantonata. Ryan è d'accordo con Trump su una cosa: la tempistica della riforma, da attuare entro fine anno. Un tale scenario sembra però difficile visto che a dicembre si ritornerà a combattere su budget e tetto al debito. Non a caso lui ha detto che "per il bene dei mercati dei capitali", ieri sarebbe stato meglio concordare un'estensione più lunga di quel limite.

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