Il maestro Riccardo Frizza: da Donizetti a Freddie Mercury, ma con Verdi sempre nel cuore

Intervista al direttore d'orchestra bresciano, a New York con la Maria Stuarda di Donizetti

“Se Freddie Mercury fosse nato nell’800 sarebbe stato senz’altro un grande compositore”. È Riccardo Frizza a parlarci mentre lo intervistiamo seduti nella platea del Lincoln Center. Il teatro è vuoto: ci siamo solo noi e, sul palco, i tecnici che montano la scenografia per lo spettacolo della sera. Prima di concederci una lunga chiacchierata Frizza ci porta a fare un giro del teatro d’opera di New York: nel camerino del direttore, dietro le quinte, nella buca dell’orchestra. Un privilegio per noi ma un tragitto familiare per il maestro bresciano, alla sua settima volta al Met. Dal 29 gennaio dirige qui la "Maria Stuarda" di Donizetti, che rimarrà in cartellone fino al 20 febbraio. A interpretare la regina di Scozia sarà il soprano americano Sondra Radvanovsky, che nella stagione 2015-2016 si è posta l’obiettivo di portare sul palcoscenico tutte e tre le opere del cosiddetto “ciclo delle regine Tudor” di Donizetti (l’Anna Bolena, la Maria Stuarda, il Roberto Devereux, ndr).

Nonostante la giovane età Frizza è considerato uno dei più apprezzati interpreti del melodramma italiano a livello internazionale. Dopo essersi diplomato in pianoforte e aver studiato direzione d’orchestra prima all’Accademia Musicale Pescarese e poi all’Accademia Chigiana di Siena, nel 1994 diventa direttore stabile dell’Orchestra sinfonica della sua città natale, incarico che manterrà fino al 2000. Dirige in tutta Italia e molto all’estero: a Londra, Tokyo, Washington, Parigi.

E naturalmente a New York, dov’è più che mai il momento dei direttori italiani: il ritorno al Met di Frizza segue di qualche settimana quello del direttore musicale del Teatro Regio di Torino Gianandrea Noseda, che a inizio gennaio è stato nominato direttore della National Simphony Orchestra di Washington (assumerà l’incarico nella stagione 2017-2018) ed è appena stato qui con “I pescatori di perle” di Bizet (l’abbiamo intervistato).

Con Frizza partiamo subito da una domanda sul luogo in cui ci troviamo e sull’emozione che provoca: è sempre la stessa, o adesso che è alla sua settima direzione newyorchese vive quest’impegno con più tranquillità? E in che cosa il teatro d'opera di New York è diverso dagli altri?

Risposta: Quando debuttai avvertivo molta tensione, certo, ma era una tensione positiva, perché sapevo che l'orchestra mi apprezzava, che avremmo potuto fare un buon lavoro. Sono qui per la settima volta, e ho diretto tutti i più grandi compositori italiani: Verdi, Rossini, Bellini, Puccini e adesso Donizetti. Anche questa è una cosa che mi piace sottolineare: l’essere entrato in questo teatro portando i grandi maestri dell’opera italiana mi rende immensamente fiero. La verità è che vedere questo teatro, questa platea dove adesso siamo seduti solo noi due ma che ha quasi quattromila posti, essere circondati dal silenzio, dalla gente che sta lavorando dietro al palcoscenico: respirare tutto quello che significa è molto emozionante. Come lo è pensare all'importanza che hanno a livello culturale una città come New York e un teatro come il Metropolitan. Questa capacità di produrre cultura, con una delle migliori orchestre del mondo e forse sul palcoscenico più grande e con le più grandi voci in circolazione, fa sì che ogni volta si rinnovi questo clima. L'emozione che si prova nel respirare l’aria di questo teatro non cambia mai. Forse è il motivo per cui facciamo questo lavoro: per poter godere in maniera assoluta di questa musica, in templi come il Metropolitan.

D: Quanti anni aveva quando ha cominciato a studiare musica, e con che strumento ci si è accostato?

R: Ho iniziato a cinque anni col pianoforte.

D: L’aveva chiesto lei, oppure era stata un’idea dei suoi genitori? Nella sua famiglia qualcuno suonava?

R: No, nessuno. C’è sempre stata passione per la musica, ma mai nessun musicista. Io ho iniziato da piccolo con una pianola che mi fu regalata per Natale: i miei genitori videro che ero portato, che mi piaceva provare a riprodurre le canzoni che sentivo. Così hanno pensato di mandarmi a lezione di pianoforte. Crescendo sono andato al conservatorio, dove mi sono diplomato. A quindici anni però sapevo già di non voler fare il pianista: sentivo che il pianoforte non era il mio strumento. Poi, a un certo punto, ho scoperto l’orchestra. E quando ho scoperto l’orchestra non è più esistito niente. Io ero cresciuto solo con il pianoforte, ascoltando solo i più grandi pianisti. Ma nel momento in cui nella mia vita è arrivata l’orchestra ho pensato “Ecco, questo è il mio strumento”.

D: E da lì che cosa è successo?

R: Ho iniziato a conoscere la partitura. Io ero abituato allo spartito, dove c’è solamente il pianoforte. Nella partitura invece ci sono tutti gli strumenti. Mi sembrava di stare dentro a un sogno. Così ho iniziato a studiare composizione: non per fare il compositore, ma per la direzione d’orchestra, per capire come sono scritte le partiture. Da lì ho iniziato a studiare quello e basta.

D: Qual è stata la prima opera che ha diretto?

R: Ho debuttato nel 2001 con il “Rigoletto” al Festival Verdi, a Parma. Doveva esserci un altro direttore, che all’ultimo momento cancellò. E così chiamarono me: come in tutte le cose, l’occasione della vita arriva per caso. Il treno è passato e io l’ho preso al volo. Da quel momento è nata la mia carriera. Ringrazierò per sempre Bruno Cagli (direttore artistico del Festival Verdi dal 1999 al 2001 e storico presidente dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma, ndr), che decise di investire su di me e invitarmi a Parma.

D: La Maria Stuarda di Donizetti fece il suo debutto alla Scala nel 1835: come può cambiare un'esibizione della stessa opera in 181 anni?

R: La domanda è molto interessante, però io non so dare una risposta. Noi non sappiamo e non avremo mai modo di sapere come venne eseguita l’opera all’epoca: possiamo leggere delle cronache, immaginare, ma non avremo mai certezze. È un tasto molto complicato, perché riguarda la musicologia, la filologia e la critica musicale, più che l’esecuzione. Tante volte ci basiamo su recensioni e cronache dell’epoca, ma quelle, si sa, possono essere diversissime l’una dall’altra, come del resto succede anche oggi. Una cosa però è sicura: oggi c’è più coscienza filologica. Siamo più attenti alle volontà del compositore. Nell’Ottocento invece i cantanti avevano l’abitudine di fare un po’ quello che volevano, rivoluzionare certe parti, adattarle alla loro voce: i compositori, Donizetti e soprattutto Verdi, lottarono molto contro questa cosa. Al giorno d’oggi infatti, al contrario, è l’interprete che deve essere quello giusto per l’opera e non viceversa. In più c’è un profondo rispetto delle istruzioni lasciate dal compositore, una coscienza diversa da parte sia dei direttori, sia dei cantanti. E i musicisti sono mediamente molto, molto più preparati. Gli studi che si fanno oggi non sono paragonabili con quelli di un tempo: anche solo settant’anni fa i cantanti non sapevano leggere la musica, imparavano a memoria tutto. La preparazione musicale e didattica odierna è molto superiore. Gli strumenti moderni poi hanno una precisione esecutiva straordinaria. Credo che un compositore sarebbe molto felice nel sentire come viene eseguita una sua opera oggi. Non possiamo saperlo, naturalmente, ma credo proprio che sarebbe così.

D: Se potesse tornare indietro nel tempo e assistere a un concerto, o andare a guardare da vicino il lavoro di un grande compositore, che epoca, che opera, che compositore sceglierebbe?

R: Giuseppe Verdi. Senza alcun dubbio. Darei qualsiasi cosa per poter assistere da vicino al lavoro di creazione di Verdi.

D: Tornando al presente, e a fatti purtroppo recenti: lei si trovava vicino al Bataclan la sera degli attentati di Parigi. Ci vuole raccontare quella notte?

R: Con mia moglie e mia figlia ci trovavamo a Parigi perché stavo iniziando le prove della “Norma” al Théâtre des Champs-Élysées. Io non mi sono accorto di nulla fino a quando non ho ricevuto una telefonata allarmata dall’Italia: eravamo a casa, stavamo cenando, giocando, era una serata normale. Poi appunto mi ha chiamato mia madre da Brescia, perché aveva visto cos’era successo in tv. Da lì è montata la tensione: in un caso del genere, specie con una bambina piccola, non sai cosa fare. Il teatro ha annullato le prove del giorno dopo, all’improvviso tutto era in sospeso. Tu sei lontano da casa, in un’altra città, e sei lì per lavoro, ma non puoi lavorare. E sai che fuori dalla tua porta sono appena successe cose terribili. Non sai che fare, ti senti inutile, puoi solo sentire l’ansia crescere.

D: Come vive un attacco a un luogo dove si fa musica una persona che vive di musica?

R: Con molta angoscia. Ma penso anche che non possiamo permettere, in alcun caso, che la barbarie ci tolga quella che è la nostra più grande ricchezza: la cultura. L’unica cosa che possiamo fare è continuare a fare musica, a fare cultura, a vivere e a non lasciarci uccidere anche nello spirito.

D: Lei ha mai sognato o pensato di fare altro nella vita?

R: Prima di dedicarmi solo alla musica facevo un mestiere diversissimo: lavoravo nell'azienda di famiglia. Un giorno però ho sentito che non potevo più tenere il piede in due scarpe, che dovevo decidere. E non potevo non scegliere la musica. Avevo passato 23 anni della mia vita a studiare musica, era una parte fondamentale della mia vita e ormai iniziavano ad arrivarmi proposte importanti. Non potevo non scegliere la musica, la musica ero io.

D: Il direttore d'orchestra, anche non italiano, che è stato il suo modello quando studiava?

R: Ho un'adorazione per Riccardo Muti. Ho sempre pensato che il nostro approccio alla musica fosse in qualche modo affine: di lui ammiro immensamente il suo saper partire dal testo per andare alla musica, il suo profondo rispetto per il significato autentico dell'opera, per il suo senso drammatico. Credo che Muti, con la sua energia - possiamo anche chiamarla napoletanità - abbia fatto opera in modo straordinario, soprattutto quando ha diretto Verdi.

D: Qual è la sua opera o sinfonia preferita?

R: Senza dubbio Otello (la penultima opera di Verdi, ndr).

D: Ci racconta come mai?

R: Perché è incredibile, è una partitura che non si può neanche descrivere. E quando la dirigo la vivo in maniera intensissima, è come se mi estraniassi dal resto del mondo. Non mi capita con nient'altro: di solito sono molto concentrato, molto lucido, attento a ogni cosa e a ogni movimento, come se vedessi tutto da fuori, con pieno controllo. Con l'Otello invece no: sono dentro, penso solo al fluire della musica nella mia testa, perdo il contatto con la realtà.

D: Donizetti morì a 51 anni e per diverso tempo dopo la sua morte il suo lavoro fu per certi versi messo da parte. Si chiede mai come sarebbe andata, se fosse vissuto più a lungo? E che cosa avremmo perso se il suo lavoro non fosse mai stato riscoperto?

R: Credo che l’avvento di Verdi in Italia abbia fatto sì che alcuni titoli donizettiani che venivano eseguiti all’epoca fossero un po’ lasciati da parte. E penso che se Donizetti fosse vissuto più a lungo ci avrebbe lasciato altri grandi capolavori. Per fortuna negli ultimi decenni c’è stata la cosiddetta “Donizetti Renaissance”. Anche se su di lui bisogna fare ancora un grandissimo lavoro, cosa che per esempio invece è stata fatta molto bene con Rossini: nel 1980 a Pesaro è stato inaugurato il Rossini Opera Festival e in trent’anni hanno fatto qualcosa di straordinario, mettendo in scena tutte le sue opere, ristudiando i manoscritti, compiendo un grande lavoro filologico. Adesso questo stesso lavoro sta iniziando su Donizetti: una decina di titoli sono stati studiati, ma c’è ancora molto da fare. Secondo me ne scopriremo delle belle. Donizetti è stato un autore di capolavori.

D: Sua moglie Davinia Rodriguez è un soprano: ci racconta come vi siete conosciuti? E l'opera in cui sogna di vederla esibirsi un giorno?

R: Sono fortunato perché l'ho già vista esibirsi nell'opera in cui sognavo di vederla cantare: la Traviata. Un'altra opera in cui vorrei vederla un giorno è la Norma. Ci siamo conosciuti proprio facendo Donizetti: l'Elisir d'Amore. Alle Canarie, il posto tra l'altro dov'è nata lei. Io dirigevo e Davinia fu chiamata all'ultimo a sostituire una cantante. Dovette studiare la parte sul momento, e studiando la parte insieme ci siamo innamorati. Come tanti grandi amori è nato per caso: uno non deve essere lì e poi invece c'è, e ti conosci, e quella è la donna della tua vita. Io quando la vidi per la prima volta pensai "Questa diventerà mia moglie". Subito. E così in effetti è stato.

D: La vostra bimba ha quattro anni ed è figlia di un papà direttore d'orchestra e di una mamma soprano: respira musica da prima di nascere. Non le chiediamo che cosa si augura che faccia da grande, ma piuttosto se per caso notate già una predisposizione alla musica.

R: Sofia respira musica da mattina a sera e in effetti ci siamo accorti, fin da quand’era molto piccola, che è intonatissima. Ascolta la madre cantare e quando Davinia fa un acuto lei lo ripete, ed è incredibile quanto sia già brava. Tre giorni fa è venuta qui con me a vedere la Turandot. Non siamo stati in sala fino alla fine perché non resiste ferma più di un atto o due, però, un po’ in sala e un po’ dietro le quinte, l’ha sentita tutta. L’anno scorso, quando ha visto il coro dei bambini nella Bohème (la Bohème prevede un coro di voci bianche, ndr), ha voluto a tutti i costi cantare con loro. Sapeva già la parte a memoria, e aveva solo tre anni. In un certo senso Sofia conosce quell’opera da prima di nascere: sua madre stava studiando Traviata e Bohème proprio quand’era incinta. Lei è nata con questa musica.

D: Vorreste iniziare a farle studiare musica?

R: Mia moglie vorrebbe che insegnassi a Sofia a suonare il piano, ma secondo me dovrà essere lei a chiedere d’imparare: non voglio imporre niente. In più, penso che per un bimbo che studia musica sia importante farlo insieme ad altri bambini, non da solo, coniugando gioco e apprendimento. E con insegnanti che non siano i genitori. Altrimenti il rischio è che i figli lo sentano come un obbligo e rifiutino la musica: io non vorrei mai che Sofia rifiutasse la musica, vorrei che per lei fosse una cosa naturale. Se questo germoglio esiste, voglio lasciarlo sbocciare da solo.

D: La musica più diversa che ascolta rispetto alla classica, la più inaspettata?

R: Sono cresciuto con gli U2 e li amo moltissimo. Amo tutta la musica, non c’è un genere che mi fa dire “quella cosa non la ascolterei mai”. Poi ovviamente il mio grado di attenzione rispetto alla musica cresce a seconda di ciò che posso cogliere in un brano. Più si avvicina alla musica classica, più il mio livello di attenzione sale. Quando guido per esempio non ascolto musica classica, perché altrimenti tutta la mia concentrazione sarebbe assorbita da quello, in automatico.

D: Quali sono i suoi posti preferiti qui a New York? Una cosa che ha scoperto qui? In musica, nel cibo, in quel che preferisce raccontarci.

R: Eh, qui devo dire una cosa personale: il mio posto preferito è il ristorante di un amico bresciano sulla 51esima strada. Si chiama Il Melograno.

D: La musica classica in un certo senso è musica per pochi: quale potrebbe essere un modo per portarla a un pubblico più ampio, secondo lei?

R: La musica classica è fruibile da tutti, il problema è il pregiudizio che c’è nei suoi confronti. Tutto però è relativo al grado di cultura e conoscenza che si ha rispetto alla musica: c’è chi coglie cose che altri non possono cogliere. Ma ci sono cose per apprezzar le quali non serve avere studiato, basta possedere una sensibilità verso il bello. Un buon modo per avvicinare alla musica è, per esempio, iniziare a portare le scuole a teatro: far venire i ragazzini a vedere l’opera. Molti teatri, il Met per primo, stanno facendo proprio una cosa del genere. È però importante scegliere i titoli giusti, scegliere cose che possano catturare l’attenzione, risvegliare un interesse. Bisogna stare attenti, perché a volte s’invitano i giovani a teatro e poi si sceglie il titolo sbagliato e si fa il lavoro contrario: li si allontana, anziché avvicinarli li si annoia, si crea in loro un rifiuto rispetto al teatro d’opera. Qui al Met organizzano le prove aperte per le scuole e i ragazzi arrivano con gli autobus: è molto bello.

D: Una domanda un po' buffa: un musicista rock o pop che secondo lei, in un'altra vita o in un'altra epoca, avrebbe potuto essere un grande compositore?

R: Freddie Mercury. Senza dubbio. Se fosse cresciuto centocinquant’anni fa avrebbe potuto essere un bravo compositore, o un bravo librettista, o magari anche un cantante: la voce ce l’aveva, del resto. Era un artista a trecentosessanta gradi: le sue canzoni sono bellissime, i testi molto interessanti, suonava il pianoforte abbastanza bene e il suo background culturale difficile, le sue grosse problematiche personali, avevano sicuramente influenzato la sua vena artistica, che era profondissima. Quindi credo che se fosse nato in un’altra epoca sarebbe stato senz’altro un grande compositore: in ogni caso avrebbe fatto musica in qualunque secolo fosse nato, di questo sono certo.

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