La "nuvola" del Russiagate su Trump, Comey conferma il pressing del presidente

Chiese "lealtà", stop a inchiesta su Flynn ("non ha fatto nulla di sbagliato") e annuncio pubblico che non era sotto inchiesta. Pubblicata la testimonianza che l'ex direttore dell'Fbi leggerà in una commissione parlamentare

Il presidente Usa chiese "lealtà" all'ex direttore dell'Fbi da lui silurato così come di "lasciare correre", in pratica di chiudere, l'inchiesta Micheal Flynn, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale costretto a dimettersi  dopo meno di un mese. E' quanto emerge dalla testimonianza scritta diffusa alla vigilia della testimonianza di James Comey davanti ai membri della commissione Intelligence del Senato, quella che indaga sulla possibile interferenza della Russia nelle elezioni presidenziali Usa dello scorso novembre e sulla possibile collusione tra la campagna Trump e funzionari russi.

Da essa emerge un'altra richiesta fatta da Donald Trump a Comey: di "uscire" pubblicamente dicendo che il presidente "non era personalmente sotto inchiesta". 

Nel documento da sette pagine, Comey fornisce i dettagli degli incontri e delle telefante con Trump. Il primo faccia a faccia ci fu il sei gennaio, ossia prima dell'insediamento del 20 gennaio del 45esimo presidente; avvenne nella Trump Tower a New York. "Subito dopo" l'ex direttore dell'Fbi dice di avere voluto iniziare una pratica mai avuta in passato: la stesura di memo che riassumessero quello e i futuri incontri tra i a due. "Per garantire accuratezza, ho iniziato a scrivere su un laptop da dentro una vettura dell'Fbi fuori dalla Trump Tower", si legge nella testimonianza scritta in cui Comey precisa di avere parlato da solo con Barack Obama due volte in persona e mai al telefono, una nel 2015 e un'altra, "breve", nel 2016, per un saluto prima della fine del suo secondo e ultimo mandato. Per un confronto, "posso ricordare nove conversazioni one-on-one con Trump in quattro mesi, tre in persona e sei al telefono".

Nella cena del 27 gennaio, Comey spiega di avere detto a Trump di non essere "'affidabile' nel modo in cui i politici usano quella parola", come a dire che non si sarebbe schierato ciecamente con il presidente al quale però promise di "dire la verità". E' in quell'occasione che Trump cercò di capire se Comey volesse restare alla guida della polizia federale "cosa che trovai strana perché mi aveva già detto due volte in conversazioni precedenti che sperava rimanessi", ha scritto Comey. Alla fine Trump si disse "felice" che Comey volesse restare "per tutta la durata decennale" del suo mandato.

E alla richiesta di "lealtà" avanzata da Trump, lui rispose: "Da me avrai sempre onestà", cosa che conferma esattamente indiscrezioni di stampa ormai datate. Stando alla testimonianza, dopo le parole pronunciate da Trump ("Ho bisogno di lealtà. Mi aspetto lealtà"), Comey non si mosse, né parlò o cambiò espressione del suo volto "durante il silenzio imbarazzante che seguì. Ci guardammo in silenzio. Poi la conversazione si spostò su altro ma [Trump] tornò sulla questione alla fine della nostra cena".

E' il 14 febbraio, come di nuovo anticipato dai media, che Trump difese Flynn, dimessosi il giorno precedente per avere fuorviato l'amministrazione sulle sue conversazioni con l'ambasciatore russo in Usa. Stando alla ricostruzione di Comey, il Commander in chief disse che l'ex generale "non aveva fatto nulla di sbagliato nel parlare con i russi ma che aveva dovuto lasciarlo andare perché aveva fuorviato il vicepresidente". Per Trump, Flynn era "un bravo ragazzo che ha vissuto tante cose". E' in questo contesto che Trump disse a Comey: "Spero che tu possa vedere il modo con cui lasciare cadere la cosa. E' un bravo ragazzo. Spero tu possa lasciare cadere la cosa". L'allora direttore dell'Fbi replicò solo con un "è un bravo ragazzo", riferito a Flynn ma non disse che il caso sarebbe stato chiuso.

In una telefonata del 30 marzo, Trump descrisse l'indagine sulla Russia come una "nuvola" che gli stava impedendo di agire per conto della nazione. "Disse di non avere nulla a che fare con la Russia, di non essere stato coinvolto con prostitute russe (come riferito a gennaio da alcune indiscrezioni di stampa, ndr) e che dava per scontato di essere sempre sotto sorveglianza quando si trovava in Russia", recita il documento. E così Trump chiese a Comey cosa poteva fare per rimuovere quella nuvola. Il capo dell'Fbi rispose spiegando che "stavamo indagando il più velocemente possibile". E facendo riferimento a un'audizione congressuale della settimana precedente, Comey precisa di avere spiegato al presidente di avere comunicato ai parlamentari competeneti quali individui erano sotto inchiesta. "Gli ricordai che in precedenza gli avevo detto" che ai leader del Congresso era stato comunicato che l'Fbi non stava indagando "personalmente" Trump. Ma all'inquilino della Casa Bianca avrebbe fatto comodo che Comey lo dicesse anche all'America intera. Cosa non successa per rispettare i protocolli.

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