Russiagate, dall'ammissione di Trump alle divisioni tra i democratici: i fatti salienti della settimana

Giorni intensi sul versante delle indagini e del lavoro della stampa sulla presunta collusione tra l'attuale amministrazione statunitense e Mosca

Il Washington Post ha riferito (mercoledì 14 giugno) che il procuratore speciale, Robert Mueller, sta indagando sulla possibilità che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia cercato di ostacolare la giustizia, nel caso sulle ingerenze russe nelle elezioni di novembre e i possibili legami tra il suo staff e il Cremlino. Si è trattato, comunque, solo di un evento di una settimana densa di novità su quello che in Italia è stato ormai ribattezzato Russiagate.

Le indagini, occorre ricordarlo, sono salite di livello, dopo che l'8 giugno l'ex direttore dell'Fbi, James Comey, ha pubblicamente testimoniato davanti alla commissione Intelligence del Senato, dichiarando il suo disagio nel ricevere la richiesta di Trump di 'lasciar cadere' le indagini sull'ex consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn. Comey ha confermato che Trump non era indagato, ma ora lo è, come ammesso dallo stesso Trump su Twitter, venerdì 16 giugno. Con quel tweet, ha accusato - senza citarlo - il vicesegretario alla Giustizia, Rod Rosenstein, di guidare una 'caccia alle streghe'.

 

La testimonianza di Sessions

Martedì 13 giugno, davanti alla commissione Intelligence del Senato si è presentato il segretario alla Giustizia, Jeff Sessions, che ha negato di aver avuto qualsiasi rapporto improprio con i funzionari russi nel corso della campagna elettorale di Donald Trump. Il segretario si è rifiutato di rispondere ad alcune domande, perché il presidente potrebbe invocare il cosiddetto executive privilege, il potere che permette al presidente e ai membri dell'esecutivo di impedire la difussione di determinate informazioni, come le discussioni tra loro, al Congresso o in tribunale. Sessions ha spiegato di essersi fatto da parte nel Russiagate non per colpe commesse, ma nel rispetto delle regole del dipartimento di Giustizia.

 

Le indagini di Mueller

Lunedì 12, i media statunitensi hanno affermato che Trump stava prendendo in considerazione l'ipotesi di licenziare Mueller. Dopo l'articolo del WaPo, però, la strada del licenziamento è diventata impercorribile. Il presidente ha accusato il quotidiano su Twitter:  "Hanno inventato una falsa collusione con la storia dei russi, hanno trovato zero prove, così ora si gettano sull'ostruzione alla giustizia su una storia falsa. Bene". Mueller ha inoltre cominciato a indagare sulle attività finanziarie di Jared Kushner, genero e consigliere di Trump.


I democratici si scoprono divisi

Chiedere l'impeachment oppure no? I democratici alla Camera statunitense si sono scoperti spaccati, di fronte alla scelta su come combattere il presidente Donald Trump. Il disaccordo è emerso con forza martedì 13, durante l'incontro settimanale del gruppo a porte chiuse.

Il deputato Michael Capuano si è scagliato contro il collega Brad Sherman, che è favorevole alla linea dura e, di conseguenza, a spingere per chiedere pubblicamente l'impeachment. Per Capuano, una battaglia per l'impeachment potrebbe avere conseguenze negative per i candidati democratici a livello statale e locale e i fatti non sostengono sufficientemente una tale mossa, al momento.

 

L'ordine allo staff di Trump

I membri dello staff che ha gestito per Donald Trump il periodo di transizione, quello tra la vittoria alle presidenziali, a novembre, e l'entrata in carica più di due mesi dopo, hanno ricevuto l'ordine di conservare documenti e qualsiasi altro materiale che possa essere utile alle indagini sulle interferenze russe nelle elezioni. Lo ha riferito il New York Times il 15 giugno, citando un documento ottenuto. Il documento è l'ultima prova che le indagini del procuratore speciale sono ormai ad ampio raggio per scoprire le eventuali collusioni tra lo staff del presidente e il Cremlino.


Rosenstein

Il vicesegretario alla Giustizia statunitense, Rod Rosenstein, ha diffuso giovedì sera (15 giugno) un comunicato in cui avvertiva gli americani di "essere cauti prima di accettare come vere le notizie attribuite a 'funzionari' anonimi", il giorno dopo le indiscrezioni sulle indagini di Mueller su Trump.

Rosenstein è una figura centrale nel 'caso Russia', visto che è a lui che l'ex direttore dell'Fbi, James Comey, riferiva, dato che il segretario Jeff Sessions si era dovuto fare da parte, a causa dei suoi incontri con l'ambasciatore russo in campagna elettorale.

Trump si è fatto scudo di Rosenstein, definendolo un uomo "universalmente rispettato" e una figura apolitica, da tempo funzionario del dipartimento di Giustizia, per licenziare Comey, affermando di aver agito su raccomandazione del vicesegretario. Poi, è stato proprio Rosenstein ad affidare le indagini a un procuratore speciale, Robert Mueller III, capo dell'Fbi dal 2001 al 2013. Le indagini di Mueller ricadono sotto l'ombrello del dipartimento di Giustizia e, con Sessions escluso dal caso, l'ex direttore dell'Fbi riferirà proprio a Rosenstein.

La questione potrebbe, però, passare ancora di mano: Rosenstein starebbe valutando l'ipotesi di lasciare la guida. Secondo fonti di Abc News, il vicesegretario lo avrebbe ammesso con i suoi colleghi, tra cui colei che eventualmente prenderebbe il suo posto: a Rachel Brand passerebbe il potere di decidere su risorse, personale ed eventuali accuse da lanciare. Evidentemente Rosenstein sa che potrebbe diventare un testimone, avendo firmato un memo in cui consigliava al presidente di licenziare Comey.





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