Russiagate: un terzo membro della campagna elettorale Trump si dichiara colpevole

Si tratta di Richard Gates, braccio destro dell'ex direttore della campagna Paul Manafort
AP

Sul tema del Russiagate, il cerchio si stringe sempre di più attorno al presidente americano Donald Trump. Il vice direttore della sua campagna elettorale, Richard Gates, si è dichiarato colpevole di complotto contro gli Stati Uniti e di aver mentito sotto interrogatorio. 

L'ammissione di colpa è avvenuta nel corso dell'udienza che si è tenuta presso un tribunale federale di Washington, il giorno successivo del lancio di nuovi capi d'imputazione contro Gates e il suo partner d'affari nonché direttore della campagna di Trump, Paul Manafort (nella foto). A lanciarli è stato il procuratore speciale Robert Mueller, che indaga sulle interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016 e sul potenziale complotto tra la campagna Trump e Mosca. Secondo le nuove accuse, Gates avrebbe nascosto e riciclato decine di milioni di dollari ricevuti per il lavoro di consulenza politica svolto in Ucraina nell'arco di dieci anni. 

Non si è fatto attendere a lungo il commento di Manafort che subito dopo l'udienza, attraverso un suo portavoce, ha dichiarato: "Speravo e mi aspettavo che il mio collega avrebbe avuto la forza di continuare la battaglia per dimostrare la nostra innocenza. Per ragioni ancora da chiarire, ha scelto di fare diversamente. Ciò non cambia il mio impegno a difendermi dalle false accuse accumulate contro di me".

Gates è il terzo membro della campagna elettorale di Trump a dichiararsi colpevole.  Lo ha fatto il dicembre scorso Michael Flynn, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale che si è detto disponibile a collaborare nelle indagini. Come Flynn, anche George Papadopoulos, altro ex consigliere della campagna di Trump, ha fatto mea culpa e ha cominciato a collaborare con il procuratore speciale Mueller. 

Venerdì 16 febbraio Mueller aveva incriminato 13 russi e tre entità legate a Mosca con l'accusa di avere usato illecitamente i social network per seminare, sin dal 2014, il disaccordo nell'elettorato americano.

 

 

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