Sanders conquista (di nuovo) i newyorchesi. Apprezza l'Italia e attacca Trump

Due giorni prima delle primarie nell'Empire State, comizio del candidato democratico a Brooklyn.In 27mila ad ascoltarlo. Il nostro Paese citato per il servizio sanitario nazionale

“Nessun presidente, né Bernie Sanders né nessun altro può farcela da solo. L’unico modo che abbiamo per cambiare veramente le cose è stare uniti”. Con queste parole, il candidato democratico, Bernie Sanders, si è rivolto a una folla di ventisettemila sostenitori, durante un comizio tenutosi domenica nel cuore di Prospect Park, a Brooklyn. Vari gli argomenti trattati: dalle critiche a Donald Trump alla citazione dell'Italia come modello da seguire in materia di organizzazione sanitaria.

La giornata è serena. Il cielo è terso, limpido. Il sole si fa sentire, nonostante un leggero venticello piacevole. E’ dalle 8 del mattino che diversi sostenitori sono in fila. La polizia dovrebbe iniziare a far passare da mezzogiorno. Gli attivisti sono molti e particolarmente indaffarati. Come sempre, raccolgono indirizzi, distribuiscono gadget ma soprattutto reclutano nuovi volontari: il 19 aprile si voterà infatti nell’Empire State. E i sondaggi danno al momento in testa Hillary Clinton di ben dodici punti percentuali. Occorre lo sforzo di tutti per farcela, mentre quella che la stampa locale ha già battezzato la “battaglia di New York” infuria più dura che mai. Sanders ce la sta mettendo tutta. A fine marzo è stato nel Bronx, la settimana scorsa due volte nella natia Brooklyn. Proprio a Brooklyn è tornato oggi, nel tentativo di compiere il miracolo. E il suo esercito è con lui. Perché sa che le elezioni del 19 costituiranno uno spartiacque: un’imprescindibile linea, che deciderà le sorti di queste primarie.

I presenti sono allegri: non vedono l’ora di ascoltare il proprio idolo. Qualcuno è arrabbiato con i media, considerati troppo vicini a Hillary Clinton. Qualcuno parla dei cambiamenti ambientali. Qualcun altro, un po’ tristemente, non si dice così ottimista su un’eventuale vittoria a New York: molti sostenitori non si sono registrati in tempo per votare e ciò prevedibilmente favorirà la candidata dell’establishment. Anche per questo non è infrequente imbattersi in critiche verso l’apparato del partito democratico, tacciato da molti di creare regole sterilmente complesse, al solo fine di imbrigliare la volontà popolare.

E’ mezzogiorno. Finalmente si passa. Come di consueto, i controlli della polizia risultano piuttosto rigidi. Il sevizio di sicurezza fa accedere in un ampio spiazzo, dove sorge il palchetto da cui parlerà Sanders. Di fronte, una tribuna per i giornalisti. Il resto al popolo.

La fila dei sostenitori si allunga. Diventa chilometrica, interminabile. Ne affiorano a frotte, mentre lo spiazzo va rapidamente riempiendosi. La folla è fitta ma disciplinata, collaborativa. Un anziano accusa un malore a causa del sole. E alcuni accorrono per aiutarlo. Nel mezzo della fiumana il caldo aumenta, intervallato appena dagli attimi di refrigerio, di un venticello intermittente. Le persone sono in fibrillazione. Si vedono bandiere e striscioni ovunque, con gli slogan più disparati. Uno tiene a rimarcare che “La via della libertà esclude quella dell’ambiguità” (riferimento a Hillary Clinton?). Un altro sostiene che Sanders sarebbe il genuino erede della storica tradizione democratica, da Franklin D. Roosevelt a Martin Luther King, passando per J. F. Kennedy. Una spilletta invece ritrae Papa Francesco a fianco di un Bernie Sanders vestito da San Francesco, mentre entrambi sostengono la colomba della pace. Si chiacchera, si fuma, si discute. Intanto le ore passano. E la folla continua a ingigantirsi.

Intorno alle 15,30 ha inizio l’evento. Alcuni artisti si avvicendano sul palco, cantando canzoni dedicate a Bernie Sanders e usando come ritornello lo slogan “Feel The Bern”. Il popolo gradisce, applaude, risponde. Poi, è la volta di Tulsi Gabbard, deputata democratica delle Hawaii: uno dei pochi superdelegati che al momento appoggia il senatore del Vermont. Gabbard ricorda di essere una veterana della guerra in Iraq e sostiene fermamente di vedere in Sanders il candidato migliore per affrontare le questioni di politica estera: “Sono convinta che ha il giudizio e l’intelligenza per prendere buone decisioni sulle fondamentali questioni della guerra e della pace”.

Il momento si avvicina. Sale sul palco l’attore Danny DeVito: “Sono felice di introdurvi oggi l’uomo che sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti! L’uomo che non guarda in faccia nessuno, se non il popolo. Noi voteremo e metteremo quest’uomo a Pennsylvania Avenue, alla Casa Bianca. Signore e signori, abbiamo qui un ragazzo di Brooklyn! Signore e signori, il prossimo presidente degli Stati Uniti: Bernie Sanders!”.

Al coro di “Bernie! Bernie!”, Sanders sale sul palco: blazer blu, camicia celeste, senza cravatta. Come al solito, il vento gli spettina i capelli, conferendogli tuttavia un’aria gagliarda, vigorosa, giovanile, da vero rivoluzionario. E’ il tripudio. La folla è in adorazione: cartelli, pugni chiusi e dita a V. Canti, coretti, urla isteriche. Sembra quasi un concerto rock. E un certo spirito alla Woodstock circola nell’aria.

Il tempo di ricevere l’ovazione e il senatore del Vermont parte subito all’attacco. Rivendica innanzitutto con orgoglio il successo della sua discesa in campo: “Questa è una campagna che ha coinvolto milioni di persone nel processo politico. I giovani e i lavoratori sono stufi marci della politica e dell’economia dell’establishment. Vogliamo un governo che rappresenti tutti noi e non soltanto l’1%”. Quindi prosegue: “Il popolo non sta solo scegliendo un nuovo presidente ma sta decidendo di trasformare l’America!”

Numerose critiche vanno poi alla rivale, Hillary Clinton, tacciata ancora una volta di essere una marionetta al soldo di Wall Street e dei Super PAC. “Abbiamo un sistema di finanziamento elettorale corrotto, manovrato dalle grandi banche e dai poteri forti”, tuona il senatore, mentre la folla applaude. Poi è la volta della politica estera: “Nel 2002 io e il Segretario Clinton eravamo insieme al Senato. Ascoltammo le stesse testimonianze da George Bush e Dick Cheney sulla necessità di un intervento in Iraq. Io ascoltai molto attentamente e non credetti alle loro parole. La senatrice Clinton votò invece a favore di quella guerra disastrosa”. Sanders quindi prosegue, attaccando l’avversaria sul fronte dell’interventismo bellico, rimproverandole il disastro della guerra in Libia. “Non ha pensato a che cosa sarebbe potuto accadere il giorno dopo!”.

Il senatore del Vermont va quindi avanti, attaccando quanti accusano la sua campagna di utopia e radicalismo: “E’ vero: stiamo facendo una cosa veramente radicale. Stiamo dicendo la verità”. Poi chiama a raccolta i suoi: “La Storia ci consegna una lezione. Nessun presidente, né Bernie Sanders né nessun altro può farcela da solo. L’unico modo che abbiamo per cambiare veramente le cose è stare uniti. I media e la grande finanza sono molto potenti. Nessun presidente da solo può fare quello che deve essere fatto. E quello che deve essere fatto ha bisogno del concorso di milioni di persone che pretendano dal governo di essere rappresentate”. Sono parole dure, decise, vigorose. Ma anche malinconiche. Non è una resa. Ma la consapevolezza semmai della difficoltà. E la potenza di marciare verso uno scontro all’ultimo sangue, apocalittico. Perché il suo popolo ha le idee chiare su queste elezioni: o lui o nessuno. E se anche il 19 aprile dovesse palesarsi la sconfitta, la lotta proseguirà. Senza paura.

Come nel Bronx tre settimane fa, anche oggi il senatore afferma che per vincere a New York occorrerà un’alta affluenza, invitando i presenti a coinvolgere quante più persone nel processo elettorale, per dare con successo la scalata a uno storico feudo dei Clinton. A un certo punto cita addirittura l’Italia (insieme ad altri paesi europei) come esempio di quel servizio sanitario per tutti che lui sta proponendo di istituire all’interno degli Stati Uniti. “La sanità è un diritto di tutti, non un privilegio. Le più grandi nazioni al mondo: Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Canada: tutte queste nazioni considerano la sanità un diritto per tutte le persone!”.

Passa quindi alla difesa delle minoranze, ricordando come molte conquiste civili recentemente ottenute risultassero mere fantasie utopistiche soltanto sino a pochi anni fa. Infine, affondo durissimo contro il front runner repubblicano Donald Trump (grande favorito per la vittoria delle primarie Gop il 19 aprile). “Donald Trump non sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Non sarà presidente, perché gli americani non sosterranno un candidato che insulta messicani e ispanici, che insulta i musulmani e gli islamici di tutto il mondo, che insulta le donne, che insulta i veterani, che insulta la comunità afroamericana. Non dimentichiamoci che in passato Trump è stato leader del movimento dei birther, che cercava di delegittimare il primo presidente afroamericano della Storia”. E conclude: “Donald Trump non sarà presidente, perché alla fine dei giochi gli americani capiranno che la nostra forza è nella diversità. Gli americani capiranno la lezione delle grandi religioni: Cristianesimo, Ebraismo, Islam, Buddhismo: che alla fine l’amore vince sull’odio”.

Tra l’acclamazione della folla, Sanders abbandona il palco. Lo scontro decisivo sarà tra pochissimi giorni. I sondaggi lo danno in svantaggio e l’establishment partitico e finanziario è contro di lui. La strada nell’Empire State sembra dunque in salita. E la battaglia di New York potrebbe alla fine perderla. Ma a giudicare dalle folle raccolte a Prospect, Flatbush, Washington Square e nel Bronx, una cosa è certa: la battaglia del popolo lui l’ha già vinta.

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