Sanzioni Usa all'Iran, l'Iraq rischia la paralisi

Baghdad chiede all'amministrazione Trump di essere esentata dal rispetto dei provvedimenti che scatteranno contro Teheran il 5 novembre, perché dipende ormai troppo dal Paese vicino (a causa degli Stati Uniti)
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I politici iracheni, ancora incapaci di formare un nuovo governo dopo le elezioni di maggio, hanno davanti un problema ancora più pressante: persuadere il presidente statunitense, Donald Trump, a concedere l'esenzione dal rispetto delle sanzioni contro l'Iran, perché in caso contrario Baghdad dovrebbe rinunciare - per non essere sanzionata da Washington - al 40% della sua energia elettrica, già insufficiente a soddisfare la domanda, perché dipendente dal gas iraniano.

A causa delle sanzioni che scatteranno contro l'Iran il 5 novembre - spiega Barbara Slavin, che dirige il Futuro dell'iniziativa iraniana all'Atlantic Council, sul sito Axios - saranno escluse dal mercato statunitense tutte le società straniere che comprano il petrolio e il gas iraniano. Legato a un contratto con l'Iran, l'Iraq dovrebbe pagare 3 milioni di dollari all'anno per il gas naturale iraniano, che lo riceva o no.

Per l'Iraq, i cui scambi commerciali con l'Iran valevano, nel 2017, 12 miliardi di dollari, l'impatto delle sanzioni sarebbe molto duro. Oltre a perdere le forniture di gas, l'Iraq potrebbe rischiare di subire pesanti sanzioni, se il Paese vicino deciderà di adire le vie legali per violazione del contratto. Appena un mese fa, nella seconda maggiore città irachena, Basra, sono esplose violente manifestazioni di protesta, anche a causa dei blackout elettrici.

Oltre a un'esenzione per il gas naturale, l'Iraq ne vorrebbe una anche per continuare a importare componenti auto per i 70.000 taxi di produzione iraniana, come per altre 200.000 auto iraniane guidate dai cittadini iracheni. Inoltre, Baghdad vorrebbe preservare il turismo religioso, altro settore a rischio con le sanzioni, che ha portato oltre 2,5 milioni di iraniani in pellegrinaggio a Najaf e Karbala, lo scorso anno. Altro problema: l'Iraq dovrebbe trovare il modo di portare avanti le proprie transazioni finanziarie con l'Iran facendo a meno del dollaro statunitense e delle altre valute occidentali.

La decisione di Trump, probabilmente, si baserà sulla scelta di un primo ministro ben accetto da Washington o di uno vicino all'Iran, come l'attuale, Haider al-Abadi. Ma è proprio penalizzando l'Iran che gli Stati Uniti stanno inintenzionalmente incoraggiando l'Iraq ad allontanarsi da Washington e ad abbracciare Teheran. Come notava Politico in un articolo di circa un mese fa, l'Iraq dipende quasi completamente dal suo vicino, con cui condivide 1.458 chilometri di confine, da cui importa anche acqua, cibo e prodotti agricoli cruciali per la sua stabilità politica, e questa situazione è stata provocata proprio dall'invasione statunitense del 2003.

Un mese fa, una delegazione irachena è stata a Washington per chiedere all'amministrazione statunitense di essere esentata dal rispetto delle sanzioni contro l'Iran. Per ora, gli Stati Uniti hanno dichiarato che concederanno delle esenzioni limitate solo per ragioni di sicurezza nazionale e di rispetto dei diritti umani, respingendo la richiesta dei Paesi europei di essere sollevati dal rispetto delle sanzioni.

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