Shale gas, gli Stati Uniti investono e l'Europa? Eni si prepara

Mario Platero intervista il presidente di Eni Giuseppe Recchi (ascolta la puntata)
A24
1 Marzo 2013, 17:24

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Lo shale gas è metano intrappolato in giacimenti argillosi. Negli ultimi vent'anni la sua estrazione, basata sull'infiltrazione nel sottosuolo di potenti getti d'acqua, è diventata economicamente conveniente tanto che gli Stati Uniti sono oggi all'avanguardia in questo tipo di estrazione, con l'obiettivo di diventare autosufficienti dal punto di vista energetico grazie allo sfruttamento dei loro giacimenti nazionali.

L'America sta dunque facendo forti investimenti e l'Europa? Mario Platero lo ha chiesto a Giuseppe Recchi, presidente di Eni che è venuto negli Stati Uniti proprio per incontrare i rappresentati dei colossi petroliferi americani.

Platero: Perché l’America è avanti e noi siamo indietro? In teoria lo avremmo anche noi in Europa lo shale gas, cioè la possibilità di sfruttare giacimenti di gas attraverso queste nuove tecnologie.

Recchi: I pronostici dell’Europa sono in teoria molto positivi perché l’Europa siede su grandi riserve di shale gas, il tema è che ha delle condizioni diverse di sviluppo. Primo, il suo volume di fuoco: ci sono 50 oil rigs presenti in Europa rispetto ai 2000 che erano presenti negli Stati Uniti e che derivavano dall’industria del petrolio che stava diminuendo, che furono convertiti per l’estrazione dello shale gas. Quindi dovessimo anche cominciare domani ci metteremmo un po’ di più. Poi c’è un grande problema normativo: il diritto del sottosuolo in America è di proprietà del padrone del terreno e questo fa sì che il padrone del terreno sia il primo interessato a sviluppare la possibilità di estrarre il gas. In Europa non è così, per cui c’è un conflitto d’interesse nel padrone del terreno europeo che si vede quasi espropriato della sua attività per andare a prendere una cosa che non gli appartiene.

Platero: Ecco, ma ci sono anche delle altre ragioni strategiche, sono importanti per noi o no? Quali sono altri motivi?

Recchi: Un altro motivo è la differenza di difficoltà tecnologica dovuto alla geologia, ma il vero grande motivo è la differenza di percezione della sicurezza e indipendenza energetica. Per l’America è un fattore di estrema importanza, ci si gioca la sua geopolitica internazionale, per l’Europa meno. Siamo diversificati dal punto di vista delle fonti di approvvigionamento dei fornitori perché prendiamo gas dall’Algeria, dalla Norvegia, dalla Libia e dalla Russia. L’America era più isolata e prendeva le sue risorse petrolifere dall’Arabia Saudita e da paesi più complicati. Diciamo che c’è molto da fare, ci vorrà un po’ di più ma è un’occasione che non si può perdere. Le capacità di produzione domestica del tradizionale diminuiranno e per cui lo shale gas è una straordinaria opportunità per l’Europa di giocarsi la sua competitività industriale.

Platero: Quanto ci vorrà e che cosa si può fare per sensibilizzare non solo l’opinione pubblica europea ma anche i politici a cercare di accelerare?

Recchi: Come sempre è una questione di stabilire la propria strategia, sia industriale che energetica. Quello che ci si auspica è che ci sia un mercato quanto più integrato possibile, con prezzi quanto più livellati possibili. Oggi viviamo delle anomalie di mercato con prezzi del gas ‘spot’ e cioè prezzi al consumo, al mercato di Borsa che sono molto più bassi dei prezzi che vennero stabiliti tempo fa dei famosi contratti take-or-pay che sono prezzi legati al prezzo del petrolio, che vennero costruiti in quel modo proprio per garantire una remunerazione degli investimenti nelle infrastrutture che servono a muovere il gas che sono grandi investimenti che durano a lungo nel tempo. Per cui si fecero dei prezzi che si legassero al prezzo del petrolio in modo tale da non creare rischi sul ritorno di queste operazioni. Ma il tema vero europeo è diverso, il tema europeo è che non siamo un mercato omogeneo dal punto di vista legislativo e viviamo ancora, forse perché non abbiamo la percezione dell’importanza di questa risorsa, di una scarsa voglia di cogliere le opportunità. Le faccio un esempio, l’Italia oggi è un produttore di petrolio, produce circa 200 mila barili di petrolio, potrebbe raddoppiare questa produzione e invece non lo fa per una serie di problematiche legate alla sindrome NIMBY ‘not in my backyard’. Cosa perde l’Italia non facendolo? E le assicuro che si può fare in sicurezza e col rispetto dell’ambiente. Perde 2 miliardi e mezzo di royalties all’anno che potrebbe incassare, perde circa 15 miliardi in 4-5 anni di valore di investimenti per progetti, ci sono già 88 progetti pronti per l’esplorazione che sono fermi e perde soprattutto la capacità di creare posti di lavoro e di sfruttare risorse su cui siede. Allora mi chiedo se sono cose che ci si può permettere e non si può invece arrivare a costruire una volontà del fare che vale poi per tutti i settori industriali.

Ultimo aggiornamento: 1 anno, 9 mesi fa