South Carolina, l'ultima trincea

Sabato l'ala conservatrice del Grand Old Party si gioca l'ultima chance di fermare l'irresistibile ascesa di Mitt Romney. E Sarah Palin...

Lo Stato del South Carolina ha uno stemma piuttosto complesso, al cui interno si leggono ben tre diversi motti in latino. Il primo è un classico cavalleresco:“Qis Separabit?”, ossia “Chi ci dividerà?”. Il secondo è "Animis Opibusque Parati" (“Pronti nell’animo e nelle opere”). Ma quello che in questi giorni appare particolarmente calzante è il terzo: “Dum Spiro Spero” (spesso tradotto in inglese “While I Breath, I Hope”), citazione tratta dalle Lettere ad Attico di Cicerone, che buona sostanza equivale al nostro: “Finché c'è vita, c'è speranza”.

E' uno slogan perfetto per l'ala conservatrice del Partito Repubblicano, che fra tre giorni si gioca laggiù il tutto per tutto. Mitt Romney è già balzato in testa ai sondaggi anche in Florida, e se entro sabato non accadrà qualcosa di clamoroso, un game changer, si aggiudicherà la candidatura alla Casa Bianca entro la fine del mese. 

Il South Carolina sarebbe stato, in teoria, il campo di battaglia ideale per una rimonta conservatrice. Tipico Stato della “Bible Belt”, il profondo Sud religiosissimo e un po’ bigotto, nel percorso delle primarie rappresenta, tradizionalmente, la tappa nella quale i contendenti si tolgono i guantoni e cominciano a menare colpi duri anche sotto la cintura.

Chiedetelo a John McCain: nelle primarie del 2000 aveva vinto alla grande in New Hampshire ed era schizzato in testa nei sondaggi anche lì. I consulenti di George W. Bush capirono che il terreno di gioco era adatto a ribaltare la situazione, e scatenarono nei suoi confronti un’opera di screditamento basata sull’impiego massiccio dei cosiddetti “push polls” telefonate camuffate da sondaggi e mirate in realtà a diffondere calunnie e insinuazioni di ogni genere in danno dell’avversario (ad esempio: "se lei sapesse che il senatore McCain ha una figlia illegittima avuta da una donna di colore, sarebbe più incline o meno incline a votarlo?" – e la fantasia dell’ “intervistato” subito si faceva suggestionare dal fatto che McCain ha in effetti una figlia di colore, solo che è adottiva e niente affatto illegittima…). Funzionò: Bush vinse con oltre il 53%, McCain non arrivò al 42 e da lì in poi la tendenza si invertì, sino alla vittoria finale dell'allora governatore del Texas. 

Ma ogni primaria fa storia a sè, e non sempre le votazioni che si tengono lì vedono vincitore il candidato posizionato più a destra. Ad esempio furono vinte dal moderato Bush padre sia nel 1988 che nel 1992, e dal moderatissimo Bob Dole nel 1996; il maverick McCain dopo aver perso nel 2000 contro Bush nel 2008 riuscì a vincere, seppure di misura, contro un Mike Huckabee che pareva favoritissimo anche per via della sua sintonia con la “destra religiosa”.

Quest'anno sembra proprio uno di quelli in cui i conservatori del South Carolina sono destinati a perdere "in casa". Dei quattro candidati rimasti in lizza alla destra di Romney, l'unico la cui perseveranza appare ormai del tutto assurda è Rick Perry. Gli altri tre - Gingrich, Santorum e Paul - sono rimasti incagliati in una terribile empasse: nei sondaggi nessuno dei tre registra consensi così esigui da costringerlo a ritirarsi, e al contempo nessuno dei tre vanta consensi abbastanza elevati da imporsi sugli altri due. Non se ne esce. Il risultato è che la media fra gli ultimi sondaggi sulla primaria del  - consultabile sul sito RealClearPolitics - vede Romney minoritario, con circa il 30%, e il "blocco conservatore" maggioritario con oltre il 50... ma poiché quest'ultimo è frammentato fra tre candidati (più uno) l'uno contro l'altro armati, e così si annullano a vicenda - a tutto vantaggio dell'inarrestabile di Romney.

In questo contesto, ieri sera Sarah Palin intervistata su FoxNews ha sparato un "mezzo endorsement" per Newt Gingrich, dichiarando che se votasse in South Carolina voterebbe per lui. Potrebbe essere, in extremis, il game changer che cambia le carte in tavola? Presto lo sapremo.