Stanford University: non sono le regole alimentari punitive a combattere l'obesità, ma l'esercizio fisico

Oggi l'Italia all'Onu difenderà il nostro settore agroalimentare da proposte OMS per ridurre i consumi degli zuccheri al 10%
Summer Fancy Food 2014 ©Lorenza F. Pellegrini

NEW YORK - Un nuovo studio sull'alimentazione della Stanford University potrà rafforzare la credibilità della posizione italiana alle riunioni che si terranno tra oggi e domani alle Nazioni Unite per discutere delle sfide che porta l'obesità sulle nostre società e di possibili rimedi. L'intero comparto agroalimentare italiano ad esempio, in linea con i risultati dello studio, respinge proposte sviluppate in seno all'Organizzazione Mondiale per la Sanità, che, per combattere l'obesità puntano soprattutto all'introduzione di regole dietetiche punitive mirate su certi alimenti ad esempio valutando l'opportunità di limitare al 10% l'uso dello zucchero in prodotti alimentari diversificati. Una volta nel mirino c'erano i grassi o il burro ad esempio (peraltro rivalutato alcune settimane fa da una copertina del magazine Time). Ora tocca di nuovo agli zuccheri.

La tesi dei ricercatori della Scuola di Medicina dell'università staunitense è semplice: è la mancanza di esercizio fisico, e non un apporto calorico alto, ad essere direttamente connessa all'aumento dell'obesità. Quindi le diete mirate servono a poco se non si accompagnano al movimento.

Lo studio, che sarà pubblicato ufficialmente il prossimo agosto ma di cui abbiamo avuto anticipazioni, è in linea con la posizione italiana che vuole promuovere un approccio equilibrato alle dinamiche dietetiche, accettando consumi di prodotti molto diversi fra loro e raccomandando soprattutto l'esercizio fisico. Più nel dettaglio, al Palazzo di Vetro presenteremo i benefici della dieta mediterranea - definita dalll'Unesco patrimonio immateriale dell’umanità - e descriveremo i rischi derivanti dalla cattiva alimentazione e dalla sedentarietà. Tutto ciò avverrà nell'ambito delle riunioni di alto livello che vedono gli esperti dell'Onu riunirsi per una "revisione completa dei progressi raggiunti nella prevenzione e controllo delle malattie non trasmissibili", come quelle cardiovascolari, diabete e cancro che possono che possono avere nell'obesità una delle loro cause.

La questione è calda. Al tavolo siederà la delegazione del ministero italiano della Salute capitanata dal consigliere Sabrina de Camillis che prenderà la parola durante il dibattito. Al suo fianco ci sarà Giuseppe Ruocco, direttore generale della Prevenzione del ministero guidato da Beatrice Lorenzin.

A quel tavolo ci sarà anche l’Organizzazione Mondiale per la Sanità con l'obiettivo di ridurre il consumo giornaliero raccomandato di zuccheri aggiunti negli alimenti, quelli che sono contenuti non solo in bibite e dolciumi ma anche in pelati di pomodoro e altri prodotti agroalimentari cruciali per le esportazioni italiane. Non a caso il presidente dell’International Association for the Study on Obesity, Philip James, ha definito questa proposta come una "dinamite politica".

Mentre al Palazzo di Vetro si cercherà di capire come "rafforzare le capacità nazionali e regionali" e quali "risposte multisettoriali e governative si posso adottare per la prevenzione, il controllo e il monitoraggio" di malattie croniche che non vengono trasmesse da persona a persona, lo studio della Stanford University si prepara alla pubblicazione nell'edizione di agosto di "The American Journal of Medicine".

In esso si analizzano i risultati di sondaggi sulla salute condotti negli Stati Uniti tra 1998 e il 2010. Spulciando i dati del National Health and Nutrition Examination Survey - un progetto di lungo termine del Centers for Disease Control and Prevention che colleziona informazioni da sondaggi ed esami fisici per determinare lo stato di salute degli americani - i ricercatori hanno scovato un forte incremento di obesità e inattività ma non del numero complessivo di calorie consumate.

"Cosa ci ha colpito più di tutto è stato il notevole cambiamento dell'attività fisica durante il tempo libero", ha dichiarato Uri Ladabaum, professore associato di gastroenterologia a capo della ricerca. Il campione - costituito da 17.430 persone tra 1988 e 1994 e da circa altre 5.000 nel periodo 1995-2010 - ha tenuto traccia della frequenza, durata e intensità del proprio esercizio fisico in un determinato mese. Si tenga presente che l'esercizio fisico "ideale" è dato da oltre 150 minuti a settimana di un'attività moderata e di oltre 75 minuti alla settimana se quell'attività fisica è vigorosa.

"Anche se non possiamo tirare conclusioni su cause ed effetti stando alla nostra analisi, quanto scoperto sostiene la tesi che l'esercizio e l'attività fisica sono elementi importanti nel trend dell'obesità", ha aggiunto Ladabaum.

Dallo studio, che mette in risalto la correlazione tra obesità e stile di vita sedentario, emerge che la percentuale di donne che tra il 1988 e il 2010 ha dichiarato di non avere mosso un muscolo è balzata dal 19% al 52%. Per gli uomini si è passati dall'11% al 43%. Anche l'obesità è cresciuta, dal 25% al 35% tra il gentil sesso e dal 20% al 35% tra i maschi. L'aspetto interessante è che il numero di calorie consumate ogni giorno non è praticamente cambiato in quell'arco temporale. Altra curiosità: nel 2010, il 61% delle donne e il 42% degli uomini aveva un giro della vita troppo generoso contro, nell'ordine, il 46% e 29% del 1988.

Nell'editoriale che accompagnerà lo studio sulle pagine di "The American Journal of Medicine", la direttrice Pamela Powers Hannley, ha spiegato che l'obesità è un problema complesso e che "ci sono forze sociali ed economiche in azione a cui dobbiamo rispondere". Secondo Hannley "non ci possiamo limitare a dire ai pazienti che devono fare esercizio fisico. Dobbiamo lavorare con comunità, datori di lavoro e governi locali per permettere stili di vita salutari garantendo l'esistenza di spazi sicuri per svolgere attività fisica in modo poco costoso o gratuito".

Summer Fancy Food 2014 ©Lorenza F. Pellegrini