Stein a Trump: stop alle intimidazioni su riconteggio voti

La candidata dei Verdi ha tenuto una conferenza stampa fuori dalla Trump Tower a New York.

Mentre la missione per un rinconteggio dei voti in Wisconsin e Michigan procede "a pieno ritmo", la candidata dei Verdi alle elezioni presidenziali americane non rinuncia a fare altrettanto in Pennsylvania nonostante "l'ostruzionismo burocratico" del presidente eletto. La battaglia di Jill Stein per garantire "l'integrità delle elezioni" dello scorso otto novembre ha fatto tappa alla Trump Tower di New York.

Dal marciapiede che si affaccia sul grattacielo dove vive Donald Trump, Stein ha lanciato un messaggio chiaro al miliardario: "Non c'è nulla di cui preoccuparsi. Se credi nella democrazia, se credi nella credibilità della tua vittoria, abbassa le difese, metti fine alle tue ostruzioni burocratiche e alle tue intimitazioni e unisciti al popolo americano che chiede una democrazia per tutti, elezioni di cui ci possiamo fidare e un voto che sia accurato, sicuro e giusto. Questo è il diritto costituzionale che vogliamo difendere".

La candidata dei Verdi intende fare "pressione affinchè Trump guardi ai fatti invece di inventarli". Risponendo a una domanda sulle insinuazioni secondo cui i milioni di dollari raccolti per finanziare un riconteggio dei voti nei tre Stati non verranno usati correttamente, Stein ha detto che quel "denaro non può essere speso per altri fini se non quello del riconteggio". E poi, ha aggiunto, "non sembra ci sia alcuna possibilità che dei fondi restino inutilizzati perché il prezzo della democrazia continua a salire ed è scandaloso che dobbiamo trovare milioni di dollari per affermare la nostra democrazia. Saremo fortunati se avremo denaro sufficiente" per portare avanti la battaglia. Quella battaglia in Pennsylvania si fa più dura: la campagna di Stein ha fatto causa davanti a un giudice federale per cercare di forzare un riconteggio.

"Non abbiamo altra scelta che puntare a un intervento a livello federale" e non statale, ha spiegato Stein dicendo che "è chiaro che in Pennsyvania si è contro un sistema elettorale certificato. Per questo chiediamo a un giudice federale di difendere il nostro diritto costituzionale di voto, un diritto dimostrato da questo sforzo di riconteggio per garantire che abbiamo un sistema elettorale giusto e di cui possiamo fidarci".

Jonathan Abady, consulente di Stein, è intervenuto sottolineando come "non ci siano dubbi sul fatto che le macchine per il voto elettronico siano vulnerabili e che ci siano prove circostanziali secondo cui è altamente probabile che una intrusione [di pirati informatici] ci sia stata". Ricordando che il governo federale ha confermato che in Usa ci sia stato "un livello senza precedenti di attacchi hacker o intrusioni nel sistema elettorale", come dimostrato per esempio dalle instrusioni al Democratic National Committee (l'organo di governo del partito democratico) e alle email di John Podesta (il presidente della campagna della candidata democratica Hillary Clinton), Abady ha aggiunto: "L'unico modo per verificare [se ci sono stati hackeraggi] è fare controlli. Il processo di verifica è qualcosa che è contemplato nella nostra democrazia".

E' proprio la democrazia che Stein vuole difendere e non un candidato piuttosto che un altro: "Non sappiamo se l'esito del voto cambierà" in Wisconsin, Michigan e Pennsylvania, tre Stati vinti da Trump per un margine complessivo di solo cento mila voti. Per la candidata dei Verdi "sarebbe sbagliato alimentare le aspettative per un cambiamento dell'esito. Quello non era il nostro obiettivo" ma piuttosto "quello di garantire che tutti i voti fossero contati", specialmente in Michigan dove si temono irregolarità legate soprattuto agli elettori afroamericani. "Le probabilità di un conteggio sbagliato a causa di un errore umano o elettronico è cresciuta di circa il 900% se uno vota in una comunità di colore", ha avvertito Stein. Proprio per questo lei chiede dall'esterno della Trump Tower che tutti i voti siano contati. Un obiettivo per cui lei e i suoi sostenitori sono disposti a lottare. Perché "non ci arrendiamo alle intimidazioni, alle manovre legali e alle ostruzioni burocratiche". Nemmeno quelle di Trump.