Steven Sotloff: una vita tra i conflitti, poi il sequestro e la decapitazione

Un video mostrerebbe i militanti dello Stato islamico che uccidono il reporter americano: la stessa sorte del giornalista James Foley

Steven Joel Sotloff, giornalista statunitense 31enne, era stato sequestrato nell'agosto 2013 in Siria dai militanti sunniti dello Stato islamico, che lo avrebbero decapitato e avrebbero diffuso un video dell'esecuzione. Lavorava come freelance, anche per la rivista Time. In grado di parlare correntemente l'arabo, per anni ha seguito gli avvenimenti in Medioriente, entrando ripetutamente nelle più pericolose zone di conflitto. L'ultima volta un anno fa, quando si trovava nel nord della Siria nel mezzo della guerra civile contro il regime del presidente siriano Bashar Assad. Nel Paese, dall'inizio della guerra, sono stati uccisi 70 giornalisti e 80 sono stati sequestrati.

Di recente era stato mostrato nel video, diffuso su Internet, che mostrava la decapitazione di un altro giornalista americano, James Foley. Nel filmato diffuso dallo Stato islamico, di cui l'intelligence Usa aveva confermato l'autenticità, Sotloff veniva mostrato in tuta arancione, in ginocchio, trattenuto da un militante con il volto coperto. Gli insorti minacciavano di ucciderlo come vendetta per i raid lanciati contro di loro dagli Stati Uniti in Iraq. Il destino di Sotloff, dicevano rivolgendosi al presidente Barack Obama, "dipende dalla sua prossima decisione".

Sotloff, cresciuto a Miami in Florida, aveva twittato l’ultima volta il 3 agosto. Il suo sequestro era avvenuto ad Aleppo il giorno successivo, al confine con la Turchia. Sarebbe stato trattenuto anche nella zona di Raqqa. Inizialmente, la famiglia aveva tenuta segreta la notizia del rapimento, per timore che diffonderla potesse mettere a repentaglio la sua sicurezza. Prima che in Siria, Sotloff aveva lavorato in Bahrain, Turchia, Libia, Egitto. In quest'ultimo Paese aveva seguito i fatti seguiti alla destituzione con un colpo di Stato del presidente Mohammed Morsi, leader dei Fratelli musulmani.

Il 27 agosto la madre del reporter, Shirley, ha lanciato un appello rivolgendosi direttamente al leader dello Stato islamico, Abu Bakr al-Baghdadi, chiedendogli la liberazione del figlio. In particolare, sottolineava che questi non aveva alcuna responsabilità sulle azioni del governo americano, ma era un giornalista innocente.