Stuprate e lasciate da sole dalle istituzioni: il destino delle indiane d'America

La media degli stupri tra le native è il doppio di quella nazionale, e solo il 13% delle denunce porta a un arresto

Stuprate e abbandonate a se stesse dalle istituzioni, private di cure mediche adeguate e costrette a convivere con lo stupratore, che spesso vive nello stesso piccolo villaggio: è questo il quadro desolante che attende molte donne native americane, secondo un nuovo report del dipartimento di Giustizia che sta cercando di fronteggiare l'emergenza. Tra gli indiani d’America infatti il tasso degli stupri è il doppio di quello nazionale, e una donna su tre ha subito violenza o ha sperimentato un tentativo di attacco.

Proprio in questi giorni repubblicani e democratici stanno discutendo su come affrontare questa emergenza, apportando modifiche al fondamentale Atto contro la violenza sulle donne del 1994. La soluzione più immediata per fronteggiare il problema sarebbe aumentare l’autonomia dei tribunali tribali, consentendo loro di perseguire anche gli assalitori non-indiani che si macchiano di crimini sessuali. Il provvedimento, che è passato lo scorso giovedì in Senato, ha trovato ostiche opposizioni nella Camera dei rappresentanti: è pericoloso, dicono i repubblicani, aumentare i poteri delle istituzioni tribali.

Le rappresentanti delle donne indiane dichiarano che lo stupro è un fenomeno comune da generazioni, ma che nessuno ha mai fatto niente per arginarlo: molte donne decidono di non denunciare la violenza, per non incorrere nelle ritorsioni degli assalitori, che rimangono a piede libero. “Molte madri vengono nei nostri uffici per avere informazioni sul cosiddetto ‘piano-b’” ha dichiarato al ‘New York Times’ Chraon Asetoyer, consulente legale nella riserva Yankton Sioux del South Dakota. "Il ‘piano-b’ è la pillola del giorno dopo. E’ spaventoso, queste donne vengono qui per informarsi perché danno per scontato che le loro figlie verranno stuprate prima o poi.  E' come un processo normale e una tappa obbligatoria nel diventare donne”.

Nella zona abitata dagli indiani Navajo, che comprende parti dell’Arizona, del New Mexico e dello Utah, sono stati riportati 329 casi di stupro nel 2007, ma ci sono stati solo diciassette arresti. Stando ai dati del dipartimento di Giustizia, in tutti gli Stati Uniti solo il 13% delle denunce di stupro delle donne indiane porta all’arresto dell’assalitore. Come se non bastasse, a rendere il quadro ancora più desolante arrivano altri dati: in South Dakota gli indiani sono il 10% della popolazione, ma le donne costituiscono il 40% delle vittime di stupro, e la stessa situazione, ancora più inquietante, si ripresenta in Alaska, dove gli indiani sono il 15% della popolazione ma le donne costituiscono il 61% delle vittime di violenze sessuali. Tra le cause di un così alto tasso di stupri tra i nativi americani ci sono senz’altro la crisi della classica struttura familiare, l’emarginazione e l’abuso di alcolici.

Lila, abitante di Emmonak, un villaggio di pescatori dell’Alaska, 800 abitanti, ha raccontato al ‘New York Times’ che aveva diciannove anni quando un uomo si intrufolò nel suo appartamento e la violentò. “Appena se ne andò chiamai la polizia tribale (un corpo di tre agenti) ma nessuno mi rispose. Lasciai dei messaggi in segreteria: non mi hanno mai richiamata.” Lila è un nome fittizio, inventato dal giornalista del 'New York Times' per proteggere la ragazza dalle ritorsioni del suo assalitore, che vive ancora tranquillamente nel piccolo villaggio: “Ha stuprato altre cinque ragazze che conosco, ma io sono l’unica ad averlo denunciato, mi hanno consigliato tutte di stare zitta”.

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