Sul NyTimes la storia del giudice italiano che separa i figli dai padri mafiosi

Per Roberto Di Bella tagliare i legami tra i figli di famiglie mafiose e i parenti possa dare loro maggiori possibilità di avere una vita normale.

La storia di Roberto Di Bella, magistrato italiano di 53 anni, impegnato nella lotta alla mafia e dal settembre 2012 presidente del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, è finita sul New York Times. Il quotidiano, che lo ha intervistato, racconta la convinzione del giudice che tagliare i legami tra i figli di famiglie mafiose e i genitori possa dare loro maggiori possibilità di avere una vita normale.

"Non li allontano per nulla, i figli tendono a seguire le orme dei genitori", ha detto il magistrato al quotidiano. Dalla sua nomina al tribunale dei minori Di Bella ha allontanato dalle rispettive famiglie 40 ragazzi tra i 12 e i 16 anni, un approccio controverso, ma che sembra avere dato i risultati sperati.

Il giudice ha raccontato che in un quarto dei casi le madri sono andate con loro, nel tentativo di costruirsi una vita nuova, ma nella maggioranza dei casi i bambini sono stati dati in affido ad altre famiglie.

La linea d'azione di Di Bella è stata codificata anche a livello nazionale dal ministero della Giustizia, in modo che possa essere applicata anche fuori dalla sua giurisdizione.

Le critiche non sono mancate e qualcuno ha accusato il magistrato di usare "un metodo nazista", che non tiene conto di fattori ambientali e culturali della regione, una delle più povere del Paese. In realtà, ha raccontato il magistrato, sono le stesse famiglie ad apprezzare, se non addirittura a chiedere, la separazione, per il bene dei propri figli.

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