Tecnologie e innovazione per guardare al futuro delle città intelligenti

America24 ne ha parlato con Carlo Ratti, un pioniere della domotica e dell'internet delle cose, al punto da avere ampliato il concetto, parlando di sviluppo urbano intelligente e di smart city.

La rivista Esquire lo ha inserito tra i "Best & Brightest", Forbes tra i "Names You Need to Know" e Wired nella lista delle "50 persone che cambieranno il mondo”, Fast Company lo ha nominato tra i "50 designer più influenti in America" e Thames & Hudson tra i "60 innovators shaping our creative future”. Carlo Ratti, classe 1971, nato a Torino, architetto e ingegnere, docente al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, dirige il Senseable City Lab e ha fondato lo studio di design e innovazione Carlo Ratti Associati. Ratti è stato un pioniere della domotica e dell'internet delle cose, al punto da avere ampliato il concetto, parlando di sviluppo urbano intelligente e di smart city. Considerato un guru delle nuove tecnologie applicate alle città, ha coniato per la sua idea di città la parola "senseable", che si potrebbe tradurre con "percepibile con i sensi".


Ci può spiegare il concetto di Senseable city applicato alle metropoli americane?

Il concetto di Senseable City è semplicemente la manifestazione di trend tecnologico più ampio: la rete sta entrando nello spazio nel quale viviamo e sta diventando internet of things, abbracciando qualsiasi aspetto della nostra esistenza, dalla gestione dei rifiuti alla mobilità, alla distribuzione dell'acqua, alla pianificazione delle città al coinvolgimento dei cittadini.

Nei nostri progetti cerchiamo di esplorare come l'internet delle cose stia dando vita ad un nuovo approccio per studiare l’ambiente costruito. Il nostro intervento cerca di permettere un nuovo rapporto tra persone, tecnologie e la città – sviluppando sia ricerca sia applicazioni, e facendo sì che i cittadini abbiano gli strumenti per fare delle scelte che risultino in uno stile di vita migliore per tutti. Questa attenzione al lato umano è sicuramente il denominatore comune della maggior parte dei nostri progetti - sia quelli portati avanti da Carlo Ratti Associati o al MIT Senseable City Lab.


Cosa questo comporterà per le metropoli americane?

Questo il mio auspicio: un miglioramento della qualità della vita e una gestione più efficiente della res publica. Tuttavia non ci sarà un futuro prevedibile né riducibile a una singola risposta: sono convinto che l'approccio migliore per la gestione di una città sia quello partecipativo - questo significa che saranno i cittadini a inventare la città futura in cui vorranno vivere.

Come vede, rispetto allo sviluppo tecnologico delle aree urbane un'operazione come la creazione della high line a New York e della nuova low line, che riutilizza spazi abbandonati per installare spazi verdi, magari sfruttabili anche per la coltivazione a km 0? Mi interessa molto la tematica del rapporto tra città e natura, e credo che grazie ad alcune nuove tecnologie di coltivazione - dall'idroponica al vertical farming - sia possibile mettere a punto sperimentazioni molto interessanti. Al di là del caso di New York, Singapore sta studiando fattorie verticali con cui coprire le facciate dei propri grattacieli, e in molte metropoli si trovano esempi abbondanti di orti sui tetti delle case o negli angoli prima inutilizzati delle strade.


Potrà l’agricoltura urbana da sola soddisfare la domanda alimentare di milioni di cittadini?

Probabilmente no, anche solo per ragioni spaziali ed energetiche (la quantità di luce solare che colpisce un’area urbana è di solito inferiore a quella necessaria per un campo). Tuttavia potrà giocare un ruolo chiave nell’aiutarci a rafforzare il nostro legame con la natura - e con la sorpresa della vita che si rinnova seguendo le stagioni. La speranza è che le nuove tecnologie possano domani permettere un'inedita integrazione tra natura e cultura.

Mi hanno sempre affascinato le parole Elysée Reclus, il geografo anarchico francese che alla fine dell'Ottocento scriveva: "L'uomo dovrebbe avere il doppio vantaggio di un accesso ai piaceri della città, alle opportunità che offre allo studio e alla pratica dell'arte, e, allo stesso tempo, dovrebbe poter godere la libertà che si trova nella libertà della natura, e che si spiega nel campo del suo vasto orizzonte".


Gli Stati Uniti sono ricettivi a questo tipo di iniezioni innovative?

Gli Stati Uniti sono un universo. Non sono sicuro, ad esempio, che le politiche ambientali e quindi anche urbane del presidente Trump siano particolarmente aperte. Al tempo stesso mi conforta quello che vedo ogni giorno a Cambridge, Massachusetts, città capace di sperimentare al confine tra sostenibilità umana e urbana come poche altre al mondo.


A livello di trasporti e consumi come si può essere ecologici e allo stesso tempo usare le nuove tecnologie anche per risparmiare e tutelare l'ambiente?

In numerosi progetti abbiamo esplorato come nuove tecnologie e approcci possano condurre a società migliori e una migliore qualità della vita per tutti gli individui. Salute, inquinamento, trasporti: questi sono solo alcuni dei molti campi in cui stiamo sperimentando, nel tentativo di trovare risposte alle domande poste da una società in continuo cambiamento, che pone sfide sempre nuove.

Prendiamo ad esempio il campo dei trasporti e della mobilità condivisa. Se ci pensiamo bene, le automobili restano inutilizzate per il 95% del tempo e questo le rende dei candidati ideali per la sharing economy. È stato stimato che ogni macchina condivisa può rimuovere tra il 10 e il 30% di macchine private dalle strade. In aggiunta, l’impatto della mobilità condivisa aumenterà in misura esponenziale l’avvento delle macchine a guida autonoma – che, a loro volta, potrebbero sfumare la distinzione tra trasporto pubblico e privato. Un recente studio del MIT sulla mobilità del futuro mostra che la richiesta di trasporto in città come Singapore potrebbe essere soddisfatta con il solo 20% delle macchine in circolazione al momento. Pertanto è piuttosto logico una drastica riduzione del numero di automobili sulle strade comporterebbe anche una minore congestione sulle strade e una riduzione dell’inquinamento.


Qual è secondo Carlo Ratti la città del futuro, quella che ci si augura?

Mi spiace deludere, ma dal punto di vista dell'architettura, non credo che la città del futuro sarà molto diversa da quella di oggi – nella stessa misura in cui le nostre città non sono tanto differenti dalle urbs romane. Avremo sempre bisogno di pavimenti orizzontali per vivere, di pareti verticali per separare gli spazi, e di recinzioni per proteggerci dall’esterno – tali “fondamentali”, celebrati da Rem Koolhaas nella biennale di Venezia del 2014, difficilmente cambieranno.

Gli elementi chiavi dell’architettura saranno gli stessi e i nostri modelli di urban planning saranno molto simili a quelli che conosciamo oggi. Ciò che invece cambierà è il nostro modo di vivere la città attraverso le nuove tecnologie. Credo che ciò su cui dobbiamo investire e lavorare sia una città non solo intelligente, ma soprattutto sensibile: capace di ascoltare e rispondere alle richieste dei cittadini.

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