"I tempi felici verranno presto". Il film sogno di Alessandro Comodin

Il documentario dal carattere onirico di Comodin – presentato anche al festival di Cannes – arriva al festival New Directors/New Films 2017 di New York. Un’avventura sensoriale spostata in un mondo invisibile ma reale

Bisogna essere dei “resistenti” per rimanere quel che si è, pensa Alessandro Comodin, regista friulano che vive in Francia. Dopo “L’estate di Giacomo” (2011) (vincitore al Festival di Locarno del Pardo d’oro nella categoria “Cineasti del presente”) film dove il regista rivela già un certo interesse verso l’aspetto sensoriale, fisico, carnale del soggetto, Comodin ci racconta il suo ultimo sogno: “I tempi felici verranno presto" (2016). Presentato anche a Cannes, è un film che spiazza lo spettatore, trasportandolo in un mondo fantastico ma allo stesso tempo reale, immaginario quanto fisico. Un atto “politico”, sostiene l’artista, perché i protagonisti della storia (nonché la narrazione in sé) lottano per non seguire nessuno schema, per non rimanere intrappolati all’interno di nessuna cornice: scelgono di resistere per rimanere semplicemente quello che sono.

Il film inizia con una fuga, da cosa scappano Arturo e Tommaso?

Non lo so neanche io. Non avevo un’idea chiara e ho lasciato volutamente il campo aperto. Non mi è mai interessato identificare la storia o connotarla in un campo determinato, perché se si comincia a dire da dove vengono e chi sono i personaggi, poi si rischia di leggere tutta la storia sotto quell’angolo lì, e non volevo che accadesse. Il soggetto del mio film è altrove, sinceramente non so esattamente dove. Ma in ogni caso, il tutto, è volutamente sfogato. Quando ho scritto il film ho pensato che scappassero da un campo di lavoro provvisorio, come quelli che venivano fatti per i soldati, che hanno uno statuto diverso. Credo che i personaggi scappino da lì, da una situazione concentrazionaria. Arturo e Tommaso per me prima di tutto sono dei ragazzini, che sono stati imprigionati perché hanno fatto qualcosa che non andava bene. Visto che l’epoca era difficile.

Di che epoca parliamo?

Diciamo che nella prima parte del film siamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo l’armistizio dell’8 settembre del ’43. Quel periodo in cui gli amici di prima sono diventati nemici e la povera gente non sapeva con chi stare. Un momento complesso dal punto di vista storico e sociale, e credo che il film non sia comprensibile anche per questo. Se avessimo vissuto in quell’epoca lì, non avremmo capito niente neanche noi. Infatti l’idea è quella di far immergere lo spettatore in un “tranche de vi” senza sapere niente, chi guarda si ritrova a seguire questa storia qui.

Un gesto d’amore questo, che potrebbe anche confondere lo spettatore. Goffredo Fofi in una critica pubblicata sull’Internazionale parla di un ermetismo “forse eccessivo”. Quanto è pericoloso usare un linguaggio senza indicazioni?

Da parte mia c’è la volontà di spostare il soggetto non in cose intellettuali, ovvero di quelle che danno un contesto affiché chi guarda possa capire più o meno dove è, e possa ritrovare delle cose in cui rispecchiarsi. Se il regista non da indizi, lo spettatore è perso. Non è una questione di ermetismo, piuttosto è come se dicessi allo spettatore che si deve fidare di me, che lo manipolerò, ma volendogli bene.

E dove lo vuoi portare? Che esperienza ti auguri possa vivere chi guarda il tuo film?

Eliminati tutti gli indizi storici, temporali, e psicologici, si porta lo spettatore a fare un’esperienza biecamente sensoriale. Il fastidio che si può provare mentre ci si perde, non è un fastidio intellettuale, non è dovuto al fatto di non capire: ci si sente infastiditi perché si diventa come i personaggi, che sono persi. E quindi è una sensazione a volte anche sgradevole, dove non c’è nessun tipo di appiglio, neanche geografico. Ma è una sensazione di disagio che fa parte della vita. C’è la volontà da parte mia di voler far immergere lo spettatore in un’avventura dei sensi. Il mio film sotto diversi punti di vista è politico.

In che senso?

Già il fatto di lavorare in questo modo e di costruire la storia in questa maniera, resiste a tutto il resto del cinema che si fa. Tutte le immagini che vediamo oggi, e anche i film, vendono qualcosa. Ti vengono il vestito, l’attore: nel 99% dei casi sono degli atti pubblicitari. Se la gente è persa, lo è anche perché guarda solo lavori di questo genere. Mentre nel mio film non c’è niente: è complesso perché è troppo semplice. È fondamentale perché questo è un film fisico, corporale, non intellettuale. Lo sembra ma non lo è. Ed è un atto politico perché (e parlo dell’intenzione) volevo raccontare la storia di persone semplici, e come tali sempre vittime del periodo storico nel quale vivono.

Sia nella prima parte del film – un periodo di guerra dove si cerca di salvarsi come si può – i protagonisti sono semplici perché, prima della storia sono stati imprigionati per una futilità, che può essere una qualsiasi, non è importante. Quello che conta è che si sono ritrovati lì; a cercare cosa? Cercano di salvarsi. E cercano di stare bene. Cercano la felicità che corrisponde alla libertà in quel momento. Mentre, la ragazza protagonista della seconda parte del film è malata, si dice così. Ma invece di andare a curarsi in ospedale va nella foresta. Anche lei è vittima di quello che le sta succedendo: è un luogo comune narrativo. È vittima del periodo in cui vive, nel senso che oggi chi è ammalato va a farsi le punture. Ma lei resiste a quella cosa lì, e cerca la felicità in altro. Nella terra, nel fango. Per me tutti i personaggi sono in qualche modo dei resistenti. Ma non perché siano dei partigiani, sono resistenti perché vogliono rimanere quello che sono.

In che mondo si incontrano Ariane e Tommaso?

È un sottomondo che non esiste però è reale. È un mondo dove le persone che hanno delle affinità simili si incontrano. Anche qui a New York può esistere quel mondo lì: è un mondo del corpo per questo dico che è reale, perché i corpi esistono, interagiscono con le loro imperfezioni.

Il film sembra girato in un luogo incantato, dov’è quel posto?, e quanto sono durate le riprese?

Siamo in Piemonte, in provincia di Cuneo. Abbiamo girato solo 5 settimane ma ci sono voluti quasi 2 anni di sopraluoghi, ricerche, perché dovevamo trovare il posto giusto dove i partigiani fascisti avevano fatto cose, dove ci fosse stato il lupo, dovevamo mettere tanti elementi insieme e cercare un luogo geograficamente consono. È stato molto lungo raccogliere tutte le storie.

Gli interpreti del film non sono dei professionisti vero?

Nessuno è attore. Ho scelto le persone in base al loro corpo. Gli abitanti sono tutti veri. Anche la leggenda del lupo è vera. Siamo andati in un posto dove c’era il lupo. Abbiamo fatto tutta una ricerca documentaria. I protagonisti del film sono stati un espediente narrativo per raccontare le storie che avevamo raccolto. Poi ho deciso di raccontare la storia da un punto di vista favolistico anche per giustificare la presenza di un’attrice professionista, Sabrina Seyvecou che interpreta Ariane.

Si dice che ogni favola abbia bisogno di una parte vera per essere credibile, e soprattutto per ispirare, quali sono gli elementi di realtà del tuo racconto?

Credo che la verità sia nel modo in cui la storia è raccontata, più che nella storia in sé. È un po' quello che accade in tutti i film: quello che c’è di interessante è la costruzione del racconto. Anche se nelle note di intenti della sceneggiatura avevo espresso la volontà di rendere conto di tutti quei racconti che i miei nonni (ma non solo) mi facevano da bambino. Mi raccontavano la storia della guerra. E quindi c’erano i partigiani bastardi che rubavano le cose. Poi c’erano i fascisti sempre bastardi e i tedeschi che uccidevano tutti quanti.

Mi raccontavano cosa era successo e a volte citavano persone che erano ancora vive e che potevo realmente conoscere: il padre del macellaio, la sorella del giornalaio e così via. Quindi c’era sia un lato proprio documentario, come la cronaca dei fatti, che però si andava a fondere con la mia percezione da bambino. Quelle storie lì, entravano in una specie di sacca del mio cervello dove andavano insieme a tutte le storie fantastiche che potevo leggere nei libri o che mi raccontavano la sera prima di addormentarmi. Credo ci aver voluto creare una storia che è un po' il sogno di un bambino. Dove non si può discernere tra la realtà e la fantasia poiché è tutto costruito seguendo delle visioni reali e non, dei ricordi e delle fantasie. “I tempi felici verranno presto” diventa un documentario che è reale perché grezzo, epico perché fatto con pezzi di cronaca ma allo stesso modo è una favola, perché arricchito dai resti di tanti sogni.

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