Tesla: cda diviso sul buyout sognato da Musk, analisti scettici

AP

L'irriverente Elon Musk riuscirà davvero a delistare la sua Tesla realizzando un buyout a debito piuttosto costoso? E' quello che si chiedono esperti e analisti all'indomani di una serie controversa di tweet in cui il fondatore e Ceo del produttore americano di auto elettriche ha annunciato che sta valutando se trasformare Tesla in un'azienda non più quotata acquistando le azioni in circolazione a 420 dollari, un'offerta che valuterebbe il gruppo 82 miliardi di dollari (debito incluso). Per ora una decisione finale non è stata presa ma Musk, ha poi detto ieri in un memo ai dipendenti, pensa che quella indicata sia la strada giusta da percorrere. Il cda del gruppo oggi ha ammesso che "la settimana scorsa" Musk ha iniziato a parlarne e che da allora il board "si è riunito varie volte e sta compiendo i passi appropriati per valutare" una simile mossa. Va notato tuttavia che sei sui nove membri del cda si sono sentiti in dovere di dire qualcosa. A non firmare la nota diffusa sono stati Musk, il fratello Kimbal e un venture capitalist. I dubbi del mercato su una simile operazione abbondano, visto che l'azienda ha un flusso di cassa negativo, non è redditizia (ma dovrebbe iniziare a esserlo dal trimestre in corso) e pur avendo finito il secondo trimestre con 2,2 miliardi di cash ha un debito di oltre 10 miliardi di dollari. C'è poi chi teme che l'autorità di borsa Usa, la Sec, possa accendere un faro sulle modalità scelte da Musk per comunicare le sue intenzioni.

Dove sono i fondi per finanziare il buyout?
A non convincere è quanto contenuto nel primo tweet di ieri di Musk. 'Funding secured', ha scritto il Ceo di Tesla suggerendo che ci sono i soldi per realizzare un buyout. Peccato che l'azienda non abbia detto da dove quei fondi arrivano e nessuno si è fatto avanti pubblicamente dicendo di sostenere il piano. Persino il cda su questo è stato vago. Secondo Colin Langan, analista di Ubs che consiglia di "vendere" il titolo Tesla, "svelare notizie di questa natura via Twitter è senza precedenti e potrebbe rappresentare una frode se Tesla non ha già i finanziamenti pronti". Secondo lui, un buyout "richiede la partecipazione di molte banche e investitori istituzionali e crediamo che se le discussioni per ottenere fondi ci fossero già state, ci sarebbe già stata una fuga di notizie".

John Murphy, di Bank of America Merrill Lynch, vede "almeno tre potenziali fonti di capitale" nei soci esistenti: il fondo sovrano saudita, che secondo l'FT ha una quota del 3-5%, il governo cinese e fondi di investimento. L'analista resta comunque scettico sul titolo, di cui ha un rating "underperform".

Stando alla stampa americana che ha sentito banche e fondi d'investimento, a nessuno risulta alcun piano per finanziare il buyout del produttore della Model S.

Chi sono gli investitori che sostengono l'operazione?
Un altro tweet di Musk è oggetto di dibattito: "Il supporto degli investitori è confermato. L'unica ragione per cui questa [operazione di buyout] non è certa è che dipende dal voto dei soci". Ryan Brinkman, analista di JP Morgan, ha fatto riferimento ai 'cinguettii' e al blog post successivo per dire che "per quanto questi sviluppi siano sorprendenti, e per quanto scarseggino i dettagli su chi dovrebbe fornire i finanziamenti necessari e a che termini, [quelle di Musk] sono dichiarazioni comunque affermative da parte di un Ceo di un'azienda quotata e in quanto tali dovrebbero essere prese seriamente". JP Morgan continua comunque a credere che, sulla base dei soli fondamentali, Tesla valga in borsa 195 dollari ma alla luce degli ultimi sviluppi il target price è stato alzato a 308 dollari, comunque sotto i 374 dollari a cui viende attualmente scambiato.

Un buyout con gli azionisti (retail) esistenti?
Montano i dubbi anche sul fatto che, stando a Musk, "i soci possono o vendere [i loro titoli] a 420 [dollari] o tenere le azioni" anche se l'azienda non sarà più quotata. Il Ceo di Tesla ha parlato della creazione di un fondo speciale che permetterebbe ai soci attuali - anche quelli retail - di restare tali. Toni Sacconaghi, analista di Bernstein, ha spiegato: "Non crediamo che ci sia un simile precedente" per questo lui vede solo il 15% di probabilità che il buyout si realizzerà.

E' normale che fondatori, executive e investitori istituzionali girino le loro partecipazioni in un fondo pensato per finanziare un leveraged buyout ma praticamente mai gli investitori individuali hanno avuto una tale chance. Stando a FactSet, solo il 12% degli investitori di Tesla è composto da individui; il 25% comprende insider di cui il 20% fa capo a Musk. Il resto del capitale è nelle mani di istituzioni come T. Rowe Price Associates (9,1%), Fidelity (8,2%), Baillie Gifford (7,7%) e la cinese Tencent Holdings (4,9%).

Anche Jeffrey Osborne, di Cowen, è scettico: "Un modello di leveraged buyout non funzionerebbe se gli investitori attuali dovessero restare come dice Musk". L'analista, che su Tesla a un rating "underperform", ha fatto notare che non è stato spiegato cosa succederebbe ai bond dell'azienda. Se restassero in circolazione, Musk sarebbe costretto allo scrutinio trimestrale che ambisce a evitare con un delisting del gruppo.

Chi potrebbe remare contro
A rendere meno probabile la realizzazione del piano controverso del Ceo di Tesla potrebbe essere la contrarietà dei soci. Il caso Dell insegna: nel 2013 il fondatore e socio Michael Dell riuscì, ma a fatica, a delistare il produttore di pc, poi quotato nuovamente come Dell Technologies. Destino diverso per il retail del lusso Nordstrom: i piani per un delisting dell'azienda sono falliti più volte.

A non piacere ai soci che decidono di vendere i loro titoli potrebbero essere le tasse che dovrebbero versare sul ricavato.

I soci inoltre potrebbero esigere di più dei 420 dollari ad azione promessi, una cifra secondo alcuni analisti buttata lì per caso e che secondo il popolo della rete richiama al 20 aprile, giorno in cui gli amanti della cannabis festeggiano. Ben Kallo, analista di Baird, è convinto che i 420 dollari non rappresentino un "premio adeguato" per una transazione di questo tipo e quindi "crediamo che i soci chiederanno di più, cosa che potrebbe spingere il titolo oltre i 420 dollari", specialmente se i trader ribassisti sono costretti a rivedere le loro posizioni. Per questo il target price fissato da Kallo è pari a 411 dollari.

Il rischio per Musk
Se il buyout non si realizzerà, i regolatori potrebbero sostenere che il Ceo di Tesla ha rilasciato commenti falsi risultanti in una manipolazione delle quotazioni. In genere, la Sec permette alle aziende quotate la diffusione di notizie via social media a patto che i soci siano stati avvertiti che simili canali possono essere usati in aggiunta ai documenti da depositare presso l'autorità. Tesla fece quell'avvertimento nel novembre 2013. Il destino del fatidico buyout non sta però nelle sole mani di Musk. La parola finale spetta al cda, che pare appunto diviso.

Una sola cosa è certa, a detta di Stephen Guilfoyle, che opera dal floor del Nyse. "Tutto quello che ieri Elon Musk ha fatto, oltre a comportarsi in modo assurdo, è forzare uno short squeeze", che si verifica quando i cosiddetti short seller (tanto criticati dal Ceo di Tesla) chiudono le loro scommesse sul ribasso di un titolo (che ieri è balzato dell'11%). Se qualcosa non succederà, "qualcuno sarà molto arrabbiato. Questo è davvero tutto quello che sappiamo". Le cause legali potrebbero fioccare. E il posto di Musk al vertice dell'azienda potrebbe essere in dubbio.

Altri Servizi

Wall Street, il focus resta sulla Turchia

Giornata economica priva di altri spunti di nota
iStock


Trump condanna razzismo e invita all'unità un anno dopo Charlottesville

Al via a Washington manifestazione di suprematisti bianchi. Prevista contro-manifestazione. Nella città della Virginia dichiarato lo stato di emergenza
AP

Charlottesville. Un anno dopo. Mentre la capitale americana si prepara a ospitare una manifestazione di suprematisti bianchi - gli stessi che l'11 agosto del 2017 crearono caos e violenze mortali nella città della Virginia - Donald Trump invita una nazione forse mai così divisa "all'unità". Il 45esimo presidente americano ha fatto di nuovo ricorso al suo megafono - Twitter - per "condannare tutti i tipi di razzismo e atti di violenza". E per augurare "pace a TUTTI gli americani". Peccato che grand parte dei cittadini Usa creda che da quando Trump è stato eletto le relazioni razziali siano peggiorate.

Abituato ad attaccare i suoi più feroci critici, il Ceo di Tesla ne ha combinata un'altra delle sue. Il tutto mentre il mondo della finanza continua a interrogarsi se e come Elon Musk realizzerà il delisting del gruppo, ipotizzato martedì 7 agosto in una serie di tweet controversi su cui la Sec ha acceso un faro. Intanto il cda di Tesla si prepara a incontrare gli advisor finanziari per discutere dell'operazione.

Cooperare o morire. Facebook smentisce minaccia fatta agli editori

A darne notizia è The Australian, parte della galassia di Rupert Murdoch. Il social network non più interessato a inviare traffico ai gruppi media

Facebook ha smentito quando riportato da un sito australiano, secondo cui al Ceo Mark Zuckerberg "non importa" nulla degli editori e che il social network li lascerebbe morire se non cooperano con il gigante tecnologico. Stando alle indiscrezioni del The Australian, parte della galassia di Rupert Murdoch - il manager responsabile delle partnership nel campo dell'informazione (Campbell Brown) avrebbe messo in guardia i gruppi editoriali che non vogliono lavorare con l'azienda californiana. Lo avrebbe fatto la settimana scorsa durante un incontro a Sidney: "Vi terrò per mano mentre il vostro business muore, come si fa in un hospice". Facebook ha reagito dicendo che i commenti "sono stati decontestualizzati".

AP

Dopo essere stato pesantemente criticato per la serie di tweet controversi (e privi di dettagli) con cui il 7 agosto scorso aveva annunciato di volere delistare Tesla e renderla un gruppo in mani private, il Ceo Elon Musk ha pubblicato un blog post nel tentativo di fornire chiarimenti. Tuttavia gli investitori sono rimasti scettici sul suo piano di buyout.

L'ambasciatrice Mariangela Zappia debutta all'Onu, vede Guterres

La nuova Rappresentante Permanente dell’Italia presso il palazzo di vetro ha presentato le sue credenziali. I temi prioritari per il nostro Paese: pace e sicurezza, diritti umani, sviluppo sostenibile, migrazioni

La nuova Rappresentante Permanente dell’Italia presso le Nazioni Unite a New York, l'ambasciatrice Mariangela Zappia, ha presentato oggi le lettere credenziali al segretario generale Antonio Guterres. Durante l’incontro con Guterres, Zappia ha evidenziato la priorità assegnata dall’Italia a un multilateralismo efficace, al ruolo del Palazzo di vetro per la pace e la sicurezza internazionali e quale pilastro di un sistema internazionale fondato sul diritto e sul rispetto della persona.

Dazi Usa per 16 miliardi di dollari su import cinese scattano il 23 agosto

Si aggiungono a quelli del 25% su 34 miliardi entrati in vigore il 6 luglio

Preannunciati il 15 luglio, i dazi americani su prodotti cinesi per 16 miliardi di dollari entreranno in vigore il 23 agosto prossimo. Le tariffe doganali si aggiungeranno a quelle del 25% scattate il 6 luglio scorso per 34 miliardi su 818 articoli Made in China.

News Corp: nell'anno perdita più che doppia a 1,4 miliardi di dollari

Pesano investimenti per creare una delle più grandi pay-tv d'Australia. il Wall Street Journal ha più abbonati digitali che su carta
iStock

Archiviato il suo quarto trimestre fiscale in perdita, ma soddisfando comunque gli analisti, News Corp ha chiuso l'esercizio 2018 con un buco di 1,4 miliardi di dollari, più che doppio di quello del 2017, e ricavi in rialzo dell'11% a 9,02 miliardi. Per il Ceo Robert Thomson quella dell'anno terminato il 30 giugno scorso è stata "una performance robusta in tutti i nostri business" e con "cambiamenti positivi e profondi nel nostro flusso dei ricavi, che sono stati più globali, digitali e basati sugli abbonamenti". Basti un esempio: The Times, The Sunday Times e The Wall Street Journal "hanno raggiunto nuovi massimi nella loro trasformazione digitale con abbonati digitali che ora superano quelli della versione cartacea" di questi giornali.

Diritti umani, l'alto commissario Onu: parole di Trump "vicine all'incitamento alla violenza"

Zeid Ra'ad al-Hussein: "La sua retorica mi ricorda i tempi bui" del ventesimo secolo

La retorica del presidente statunitense, Donald Trump, contro i mass media 'nemici del popolo' è "molto vicina all'incitamento alla violenza", che potrebbe portare i giornalisti ad autocensurarsi o a essere attaccati. Lo ha detto l'alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Zeid Ra'ad al-Hussein, in un'intervista esclusiva al Guardian prima della fine del suo mandato. Il diplomatico e principe giordano lascerà l'incarico questo mese, dopo aver deciso di non ripresentarsi per un secondo mandato quadriennale, in un momento in cui le grandi potenze mondiali sembrano meno impegnate a combattere gli abusi.

Trump pronto a rivedere accordi duty-free con nazioni piccole

Indonesia e Thailandia nel mirino. Dall'autunno analisi su accordi in Europa orientale, Medio Oriente e Africa

Non ci sono solo la Cina o l'Unione europea nel mirino (commerciale) degli Stati Uniti. Da quando Donald Trump è diventato presidente americano, era il gennaio 2017, Washington sta analizzando gli accordi commerciali grazie ai quali nazioni più piccole e meno sviluppate da 30 anni esportano in Usa migliaia di prodotti duty-free.