Trattive Usa-Cina finite senza accordo

Discussioni definite "franche" da tutte e due le nazioni. Washington convinta che un commercio "equo" farà crescere le economie cinese, Usa e mondiale

Dopo due giorni, le trattative commerciali tra Usa e Cina sono finite senza un accordo se non quello di continuare a discutere.

L'agenzia cinese di stato Xinhua News Agency ha riferito che le trattative tra le due parti sono state " franche, efficienti e costruttive". Su "alcune" questioni è stato raggiunto un accordo ma su altre restano "disaccordi significativi". Da qui l'intesa per mettere a punto un "meccanismo di lavoro" volto a continuare il dialogo.

Ore dopo la delegazione Usa capitanata dal segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha definito "franche" le discussioni, volte a "riequilibrare la relazione economica bilaterale tra Usa e Cina, a migliorare la protezione della proprietà intellettuale da parte della Cina e a identificare le politiche ingiuste riguardanti i trasferimenti di tecnologia". Washington resta convinta che "un commercio equo porterà a una crescita più veloce per le economie cinese, Usa e mondiale". Stando a una nota diffusa dalla Casa Bianca, "la dimensione e l'alto livello della delegazione illustra l'importanza che l'amministrazione Trump dà al garantire un commercio e termini di investimento equi per le aziende e i lavoratori Usa. C'è consenso nell'amministrazione sulla necessità di "porre immediatamente l'attenzione sul portare cambiamenti nella relazione commerciale e di investimenti" tra le due economie più grandi al mondo. 

Stando a indiscrezioni di stampa, la delegazione americana ha presentato a quella cinese un piano in otto punti facendo pressing sulla Cina affinché cambi le sue politiche entro uno o due anni. Tra le richieste avanzate c'è una riduzione di 200 miliardi di dollari entro la fine del 2020 del deficit commerciale in beni e servizi che Washington ha nei confronti di Pechino. Si tratta del doppio della richiesta fatta originariamente dal presidente Donald Trump.

La prima economia al mondo ha anche chiesto alla seconda di portare i dazi su prodotti americani importati in Cina allo stesso livello, se non più basso, dei dazi imposti sugli stessi articoli Made in China e in arrivo nel mercato statunitense.

In un documento ottenuto da vari media e consegnato a funzionari cinesi in vista dei negoziati, gli Usa hanno espresso anche il desiderio che Pechino rimuova restrizioni sugli investimenti relativi ad aziende straniere che operano in Cina.

Stando al documento statunitense, la relazione commerciale tra le due potenze mondiali viene giudicata "notevolmente squilibrata" e le politiche industriali cinesi "sollevano preoccupazioni significative per la sicurezza e l'economia" Usa. Sulla base delle indiscrezioni raccolte dal Wall Street Journal, i cinesi hanno però visto come "ingiuste" le richieste giunte da Washington, tra le quali figura quella di non compiere ritorsioni alle potenziali mosse americane volte a tutelare la proprietà intellettuale.

Tra le pretese americane figura anche il ritiro da parte della Cina delle sue lamentele presso l'Organizzazione mondiale del commercio (che secondo Trump non ha trattato bene gli Usa). Particolarmente significativata, perché legata al nocciolo duro della base elettorale trumpiana, è la richiesta che Pechino "non prenda di mira gli agricoltori e i prodotti agricoli Usa". Il rischio è che la Cina imponga dazi del 25% sulla soia americana.

Per il momento lo status quo non è cambiato. La delegazione di ritorno a Washington aggiornerà Trump, aspettando di capire le sue decisioni "sui prossimi passi" da compiere. All'orizzonte restano le tariffe doganali per 150 miliardi di dollari l'anno ventilate da Trump, a cui Pechino rispose con minacce di pari grado che finirebbero per penalizzare aerei, auto e prodotti agricoli Usa; la seconda economia al mondo ha anche rallentato l'iter per l'approvazione di accordi chi chiamano in causa Qualcomm e Bain Capital. Resta da capire quale anima della delegazione Usa prevarrà. Quella più cauta di Mnuchin o quella più protezionistica del consigliere Peter Navarro e del rappresentante commerciale Usa Robert Lighthizer.

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