Trentacinque anni di "Guerre Stellari", il film che ha cambiato Hollywood (e non solo)

Come e perché Star Wars ha rivoluzionato il cinema, l'immaginario collettivo e lo show business

Trentacinque anni fa, in un weekend di Memorial Day esattamente come questo, debuttò nelle sale cinematografiche americane un film molto insolito, che avrebbe cambiato per sempre la cinematografia e lo show business. Il giovane regista che lo aveva scritto e rocambolescamente girato ne aveva diretto in precedenza uno solo di una certa importanza, American Graffiti, ed in seguito avrebbe girato praticamentre solo i due sequel di quello - che però da solo sarebbe bastato a farlo entrare di diritto nella storia del cinema.

“Guerre Stellari”: tipico titolo da film di fantascienza. Un genere all'epoca decisamente passato moda, per non dire in declino. “Stasera ti porto a vedere un film di fantascienza” nel 1977 era una proposta perfetta per mandare miseramente a monte un possibile appuntamento con una ragazza - più o meno come “ti porto a vedere un film di guerra in bianco e nero”. Al contrario, andavano per la maggiore film realistici, amaramente autocritici e disillusi sui mali dell'Occidente: era la stagione di Serpico e di Tutti gli Uomini del Presidente. Il film di Lucas invece era l'esatto opposto. Non era nemmeno un vero e proprio film di fantascienza: seppur infarcito di astronavi, robot ed armi laser, e pur essendo stato realizzato con mirabolanti effetti speciali, era in realtà costruito su di una trama che aveva ben poco a che vedere con le tradizionali cervellotiche storie di fantascienza, ed attingeva invece a piene mani dal fantasy tolkieniano, dai poemi cavallereschi, dalla mitologia dell'antica grecia: l'epico, primitivo scontro fra il Bene e il Male.

Davvero la gente poteva aver voglia di una storia del genere? Pareva impossibile. Quattro mesi prima si era insediato alla Casa Bianca un nuovo presidente, Jimmy Carter, che di lì a poco, a luglio, in un celebre discorso tenuto all’Università di Notre Dame in Indiana, avrebbe proclamato la liberazione degli americani “dalla spropositata paura del comunismo”, e la volontà di abbandonare la “moralmente deprecabile” corsa agli armamenti sino ad allora disputata contro l’URSS per passare ad una nuova fase di “distensione”. Il nuovo presidente scommetteva tutto sul fatto che il Paese fosse esausto dopo trent'anni di Guerra Fredda e non desiderasse altro che voltare pagina, lasciarsi alle spalle quel clima apocalittico, anche patteggiando se necessario.

Che non fosse esattamente così lo si sarebbe verificato quando dopo un solo mandato Carter venne mandato a casa dagli elettori, che gli preferirono il cold warrior Ronald Reagan il quale avrebbe rilanciato e vinto la crociata contro quello che, con un linguaggio che pare mutuato proprio dalla saga di Guerre Stellari, avrebbe definito “l'Impero del Male”. Ma forse un piccolo sintomo si poteva rintracciare già nel '77 nell'irrefrenabile entusiasmo che in tutto l'Occidentre dilagò per quell'epica fantavicenda di guerra fra il Bene e il Male “tanto tempo fa, in una galassia molto lontana”.

Non fu però la trama, di per se, a fare di Star Wars una pietra miliare. Lucas ebbe una serie di geniali intuizioni tecniche, che lo portarono a confezionare un prodotto terribilmente innovativo. Per la colonna sonora, ad esempio, non scelse musica elettronica come i canoni del cinema di fantascienza avrebbero previsto, ma una sorprendente musica sinfonica da grande kolossal d'altri tempi. I dialoghi furono volutamente riempiti di terminologie astruse, per creare l'effetto ipnotico di un mondo parallelo. Nessuna concessione al turpiloquio, né al sesso (altra scelta in radicale controtendenza rispetto alla moda del tempo).
E poi, ovviamente, gli effetti speciali: non esistendo ancora i trucchi digitali che, ironia della sorte, proprio la Industrial Light & Magic di Lucas avrebbe contribuito a sviluppare in modo determinante nel decennio successivo, si invetarono modellini animati meccanicamente, finti robot con dentro attori in carne ed ossa, versi di animali miscelati con il computer per creare voci di strani alieni, una serie di magie artigianali che solo in sala di montaggio avrebbero preso vita e che gli attori non potevano minimamente immaginarsi mentre recitavano, non esistendo alcun precedente, ma che ancora oggi sono esteticamente irresistibili ancorché tecnicamente obsoleti. Da lì in poi, quello degli effetti speciali sarebbe divenuto l'aspetto fondamentale per una porzione smpre più ampia delle produzioni hollywoodiane.

La lavorazione richiese anni ed avvenne nella più completa sfiducia da parte della 20th Century Fox che aveva accettato con parecchie perplessità di produrre quello strano film e a più riprese fu tentata di rinunciare, mentre rimaneva il dubbio che in realtà si trattasse di un prodotto buono solo per un pubblico di bambini e adolescenti. Durante le riprese Lucas ebbe un infarto (a poco più di trent'anni) e andò in esaurimento nervoso. Una volta messo assieme un primo montaggio provvisorio (senza musica), organizzò un'anteprima per un gruppo di registi suoi amici, molti dei quali non nascosero il proprio disappunto per quel balordo prodotto. L'unico ad incoraggiarlo fu Steven Spielberg, il quale, reduce dal successo de Lo Squalo, stava girando a sua volta un film di fantascienza, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo. Spielberg mise nero su bianco e sigillò in busta chiusa il suo pronostico sul futuro incasso del film: venti milioni di dollari. Ne avrebbe incassati dieci volte tanto. Costato 11mila dollari, alla fine incassò oltre 775 milioni, di cui cento solo nei primi tre mesi. Nella storia del cinema occupa il 22esimo posto per incassi , ma sarebbe il secondo posto al netto dell'inflazione (in moneta di oggi sarebbero più di un miliardo di dollari).

Proprio sulla questione dei guadagni Lucas ebbe un'altra geniale intuizione, che contribuì a fare di Guerre Stellari un caso storico: rinunciò a parte del suo compenso di regista in cambio dei diritti sul licensing e sul merchandising, cioé sull'utilizzo dei personaggi e dei marchi del film per produrre gadget e giocattoli e per fare spot pubblicitari di altri prodotti. La Fox accettò di buon grado, sia perché si aspettava che tanto il film sarebbe stato un flop, sia perché sino ad allora quel tipo di sfruttamento non aveva mai rappresentato una grande fonte di guadagno per l'industria cinematografica. Ma quella volta fu diverso. Lucas stipulò contratti di licensing con oltre cinquanta imprese, e il merchandising gli fruttò oltre 300 milioni di dollari solo nel solo primo anno. Il marchio "Star Wars" a distanza di 35 anni è tutt'ora tra i cinque più remunerativi nel settore dei giocattoli, nel quale solo l'anno scorso ha generato un volume di vendite di oltre tre milioni di dollari. Se a Walt Disney World entrate nel gigantesco Lego Store, potete notare come il prodotto principale a troneggiare sugli scaffali non sono i Lego ispirati alle Cars della Pixar né quelli de I Pirati dei Caraibi: sono i Lego di Guerre Stellari, ispirati ad un film girato prima che nascessero i genitori di molti dei bimbi ora ansiosi di giocarci.

E' questo che ancora oggi fa ricco George Lucas, il quale continua felicemente ad incassare fortune per l'utilizzo di marchi anche solo accidentalmente coincidenti con quelli di cui è titolare ( ad esempio sul marchio “Android” usato per il sistema operativo di Google/Motorola, solo perché contiene la parola “Droid” che egli ebbe la lungimiranza di registrare), così come per la realizzazione di spot pubblicitari come quello della VolksWagen che l'anno scorso fece sbellicare l'America nell'intervallo del SuperBowl: 

Ecco spiegata la determinazione da guerriero jedi con la quale in questi 35 anni Lucas ha difeso a spada (laser) tratta i suoi diritti di sfruttamento, a cominciare dalla causa “Lucasfilm Ltd. contro High Frontier” intentata nel 1985 contro i critici dell'amministrazione Reagan che per irriderlo avevano ribattezzato “Star Wars” il nuovo programma di scudo antimissilistico voluto dalla Casa Bianca. Causa persa, però: per i giudici i diritti sul marchio non valgono sugli utilizzi in parodie o espressioni giornalistiche che non rappresentano forme di concorrenza rispetto agli sfruttamenti che ne fa il titolare, ma solo espressioni gergali “entrate a far parte del vocabolario che la gente adopera nella vita di tutti i giorni”. Il che è senz'altro avvenuto, se si pensa che durante la funzione religiosa celebrata nel gennaio del 2009 per l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca il celebrante, il popolare reverendo afroamericano T. D. Jakes , ha ritenuto di usare nei confornti del neo-presidente non una formula tratta dalle Sacre Scritture, bensì un'altra frase ormai indelebilmente penetrata nella cultura popolare dell'intero Occidente: Che la Forza sia con Te”.