Trump inasprisce la retorica contro la Corea del Nord

L'avvertimento "fuoco e furia" forse non è stato abbastanza per il presidente, che è tornato a minacciare Pyongyang. Secondo lui, Usa e alleati sono al sicuro. Attacco preventivo? No comment

Poco importa che la sua retorica tagliente sia stata vista da molti esperti e storici come priva di precedenti nella storia moderna degli Stati Uniti. Se marted" aveva promesso "fuoco e furia" alla Corea del Nord nel caso di altre minacce, oggi Donald Trump ha detto che "forse" quelle parole "non sono state abbastanza forti". Il duello verbale tra lui e il regime di Kim Jon Un è tornato ad intensificarsi. I due giocano a chi fa la voce più grossa visto che la nazione più isolata al mondo ore prima era tornata a minacciare dicendo di avere piani per lanciare missili nelle acque al largo di Guam, un'isola nel Pacifico occidentale nonché territorio americano.

Parlando da Bedminster, New Jersey, nel suo Golf Club, il leader americano non ha usato mezzi termini. La Corea del Nord farebbe bene ad aggiustare il tiro, ossia a fermare i suoi programmi nucleare e missilistico, altrimenti finirà nei guai "come poche nazioni hanno visto" (riferimento al Giappone colpito dalle bombe atomiche Usa?). "Gli succederanno cose che non hanno mai pensato sarebbero state possibili", ha continuato Trump che però non ha voluto commentare se Washington stia prendendo in considerazione un attacco preventivo: "Non parliamo di queste cose. Non lo facciamo mai".

L'inquilino della Casa Bianca ha usato il bastone e la carota. Pur usando parole dure, si è detto aperto a negoziati (a cui però luned" Pyongyang aveva detto di non essere disposta "in nessuna circostanza"). E mentre Rex Tillerson - il segretario di Stato che ieri aveva tranquillizzato dicendo che si possono "dormire sonni tranquilli" - continua a massaggiare le relazioni con la Russia e la Cina per trovare una soluzione diplomatica, a Trump non è restato altro che minacciare e criticare. Anche le amministrazioni passate come quelle di Bill Clinton ("debole e inefficace") e di Barack Obama, che di Corea del Nord "no voleva nemmeno parlarne". E velatamente alla Cina ha fatto capire che può fare di più sul caso visto che è il principale partner commerciale di Pyongyang.

A parte le parole dure - e "prive di senso", secondo Kim - la linea americana non è cambiata. Lo ha confermato la Casa Bianca e anche il dipartimento di Stato. Ora si aspetta il vertice con i consiglieri per la sicurezza nazionale a cui parteciperà anche John Kelly, l'ex generale diventato capo di gabinetto per riportare ordine al civico 1600 di Pennsylvania Avenue a Washington. E si spera nella politica estera americana nelle mani (anche) del capo del Pentagono, il "cane matto" Jim Mattis. Trump ha negato che ci siano "messaggi contrastanti" in arrivo dalla sua amministrazione e ha garantito che "l'esercito è al 100% con lui". Su una cosa è in linea con Tillerson: gli "Usa e i suoi alleati sono al sicuro".

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