Summit Trump-Kim: il vincitore è la Cina

Per gli esperti, troppe concessioni degli Usa alla Corea del Nord. Giappone e Corea del Sud gli sconfitti. La Russia osserva: "il diavolo sta nei dettagli" (che mancano)
AP

Quello tra Donald Trump e Kim Jong Un è stato certamente un incontro "storico", un buon inizio di un lungo iter diplomatico volto a portare alla denuclearizzazione della penisola coreana e magari alla fine ufficiale della Guerra di Corea (iniziata nel 1950 e finita nel 1953 ma solo con un armistizio). Tuttavia, tra il leader americano e quello nordcoreano, è il secondo che sembra avere avuto la meglio. E la Cina di Xi Jinping ha vinto indirettamente su tutti mentre il Giappone di Shinzo Abe e la Corea del Sud di Moon Jae-in emergono come gli sconfitti. E' questa l'impressione generale tra gli esperti americani di politica estera.

La tesi, condivisa anche dall'opposizione democratica al Congresso Usa, è che gli Stati Uniti abbiano fatto troppe concessioni alla Corea del Nord, a cominciare dall'alt alle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud tanto criticate da Kim. Non è un caso che il settore della difesa a Wall Street abbia sofferto. Trump è sembrato anche disposto a un ritiro dei soldati Usa piazzati a Seul, cosa che non può che piacere a Pechino. Essendo il principale partner commerciale di Pyongyang, inoltre, la Cina spinge per una rimozione delle sanzioni internazionali sulla Corea del Nord. Su questo, però, l'amministrazione Trump non cambia idea: restano in vigore fino a quando la denuclearizzazione non sarà completata.

La dichiarazione congiunta sottoscritta dai due leader è stata criticata da più parti perché priva di dettagli, rimandando a un futuro probabilmente lontano per la loro definizione a cominciare da cosa esattamente le parti intendano con "denuclearizzazione" ed entro quale arco temporale realizzarla.

Mentre per alcuni Trump ha garantito a Kim una vittoria propagandistica enorme, per altri il leader Usa ha fatto la storia diventando il primo presidente Usa in carica ad avere incontrato un leader nordcoreano. Inoltre, il lavoro negoziale dell'amministrazione Trump ha portato comunque a un alt dei test missilistici e nucleari di Pyongyang e a una retorica funesta con cui l'estate scorsa Trump aveva promesso a Kim "fuoco e furia".

Ora spetta al segretario di Stato, Mike Pompeo, rassicurare le controparti sudcoreane e giapponesi. Per questo mercoledì 13 giugno volerà a Seul. Perché è vero che la linea della Casa Bianca è sostenere che il summit è solo l'inizio di un processo ma è anche vero che nella dichiarazione congiunta non si è parlato di come e quando raggiungere una "denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile". Qualcosa su cui Tokyo conta così come Seul, apparentemente presa alla sprovvista dalle parole di Trump sulla fine dei cosiddetti "war games". Pompeo andrà poi a Pechino, per garantirsi che il pressing su Pyongyang non venga meno. A Washington, intanto, i legislatori repubblicani brindano al loro presidente pur temendo che gli impegni di Kim siano solo un bluff. La Russia nel frattempo monitora la situazione consapevole che "il diavolo sta nei dettagli".

Di seguito una raccolta di commenti fatta dal sito Axios.

Richard Haas, presidente del Council on Foreign Relations, ha scritto per Axios: "La buona notizia è che il summit di Singapore ha dato inizio a un processo diplomatico che ha il potenziale per contribuire alla stabilità e alla pace. La guerra sembra molto più distante rispetto solo a mesi fa. La cattiva notizia è che qui si parla appunto di 'potenziale', partiamo in modo sbilanciato".

Michael Hayden, ex direttore della Cia, ha detto alla Cnn: "I nordcoreani non sono venuti con nulla di nuovo. Il nuovo elemento è che noi abbiamo accordato di fermare le nostre esercitazioni annuali con gli alleati sudcoreani. Direi che è una concessione piuttosto significativa".

Bruce Klinger, dell'Heritage Foundation, ha scritto su Twitter: "È molto insoddisfacente. Ognuno dei quattro punti principali era nei precedenti documenti con la Corea del Nord, alcuni in forma più forte e onnicomprensiva. Il punto della denuclearizzazione è più debole, rispetto ai colloqui a Sei (le due Coree, Usa, Giappone, Cina e Russia, nel primo decennio del secolo, ndr). E non si parla di una completa, verificabile e irreversibile denuclearizzazione, e nemmeno di diritti umani".

Ian Bremmer, presidente e fondatore dell'Eurasia Group, ha detto alla Cbs: "I nordcoreani fermano i loro test missilistici e nucleari e gli americani sospendono le esercitazioni militari con i sudcoreani. È esattamente quello che i cinesi hanno chiesto nell'ultimo anno e noi abbiamo detto 'assolutamente no'. Credo che il successo maggiore sia che ora è quasi inconcepibile il rischio di un conflitto militare nel breve termine".

Lawrence Freedman, del King's College London, ha commentato su Twitter: "C'è un forte senso di déjà vu: cordiali dichiarazioni su un futuro non nucleare, senza alcun chiaro passo che mostri come raggiungerlo. La differenza con gli accordi passati è che la Corea del Nord ha usato questo tempo per diventare una potenza nucleare".

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