Trump minaccia dazi su 1.300 prodotti cinesi, la Cina risponde

Alle tariffe su 50 miliardi di dollari di importazioni cinesi, Pechino risponde con una misura identica che prende di mira 106 articoli tra cui i semi di soia

L'amministrazione Trump ha fornito ieri a mercati americani ormai chiusi i dettagli delle tariffe del 25% preannunciate il 22 marzo scorso su importazioni cinesi aventi un valore annuo di 50 miliardi di dollari. Si tratta, se mai andrà in porto, della misura commerciale più aggressiva da quando il presidente americano Richard Nixon normalizzò le relazioni diplomatiche con la Cina negli anni '70 del secolo scorso. Pechino ha impiegato 11 ore per rispondere con quella che aveva subito detto sarebbe stata una contromisura di eguale portata. E infatti, la seconda economia al mondo colpisce 106 articoli americani, da aerei ad automobile passando per il whiskey e i semi di soia. Per gli agricoltori americani - coloro che votarono Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016 - si tratta di un colpo duro.

Gli articoli cinesi a rischio
Ad essere presi di mira dagli Usa potrebbero essere 1.300 prodotti Made in China, che spaziano dalla robotica industriale alle attrezzature mediche e farmaci passando per l'elettronica, la chimica e l'aerospazio. L'elenco fornito include anche lavastoviglie, televisori e componentistica auto e per reattori nucleari, locomotive, armi, auto elettriche e i veicoli usati sui campi da golf. Sono escluse scarpe, abbigliamento, smartphone e mobili, prodotti che altrimenti rischiavano di costare più cari per gli americani.

C'è tempo per negoziare
Le nuove tariffe Usa non entrano in vigore con effetto immediato e magari non scatteranno mai se le due parti troveranno un accordo, cosa non facile visto che Pechino ha reagito con una forza e prontezza che gli osservatori non si aspettavano. Il titolare dell'Office of the United States Trade Representative, Robert Lighthizer, raccoglierà commenti per i prossimi 30 giorni e ha fissato per il 15 maggio a Washington un'udienza pubblica. Gli Usa avranno 180 giorni dopo la fase di raccolta commenti per decide il da farsi; ciò significa che teoricamente c'è tempo per i negoziati. Va detto che Lighthizer ha specificamente citato "Made in China 2025", il rapporto diffuso nel 2015 in base al quale la Cina punta a diventare leader in vari ambiti tecnologici inclusi robotica, semiconduttori e veicoli elettrici.

Cina pronta a rispondere in misura equivalente
Gli Usa vogliono penalizzare la Cina per quelle che reputa politiche discriminatorie nei confronti delle aziende Usa nel mercato cinese. La risposta di Pechino non si è fatta attendere: attraverso la sua ambasciata nella capitale americana, aveva sunito detto di "condannare con forza" la mossa Usa, alla quale "si oppone con decisione". "Un'azione così protezionistica e unilaterale ha gravemente violato i principi e i valori fondamentali del Wto. Non è nell'interesse né della Cina né in quello degli Usa, ancora meno dell'economia globale".

La seconda economia al mondo aveva fatto capire alla prima che avrebber reagito in modo equivalente "nel rispetto della legge cinese". Pechino inoltre, era l'avvertimento, avrebbe fatto ricorso all'Organizzazione mondiale del commercio. E così tornano i venti di guerre commerciali che tanto hanno spaventato i mercati mondiali sin da quando il presidente americano Donal Trump ha annunciato dazi su acciaio e alluminio, ventilati sin da fine gennaio (quando annunciò tariffe su lavatrici e pannelli solari) ed entrati in vigore il 23 marzo scorso. Ad essi, l'1 aprile la Cina ha risposto imponendo dazi fino al 25% su tre miliardi di dollari di importazioni americane, dal vino ai pistacchi passando per la carne di maiale. I semi di soia americani da cui dipende erano stati esclusi ma ora la Cina è pronta a fare più affidamento su nazioni come l'Argentina o il Brasile.

Pressing della Corporate America ignorato
A nulla è valso il pressing esercitato dalle aziende Usa affinché l'amministrazione Trump cambiasse idea; il loro timore è che alla fine siano loro a farne le spese. Sia la Camera di Commercio americana sia la National Association of Manufacturers si erano opposti insieme anche all'Information Technology Industry Council (di cui fanno parte Apple, Dell, Ibm e Google).

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