Trump pronto a rivedere accordi duty-free con nazioni piccole

Indonesia e Thailandia nel mirino. Dall'autunno analisi su accordi in Europa orientale, Medio Oriente e Africa

Non ci sono solo la Cina o l'Unione europea nel mirino (commerciale) degli Stati Uniti. Da quando Donald Trump è diventato presidente americano, era il gennaio 2017, Washington sta analizzando gli accordi commerciali grazie ai quali nazioni più piccole e meno sviluppate da 30 anni esportano in Usa migliaia di prodotti duty-free.

Nei mesi a venire, anticipa il Wall Street Journal, l'amministrazione Trump intende aumentare il numero di paesi che potrebbero essere costretti a rinegoziare dei privilegi commerciali istituiti nel 1976 come parte di un programma chiamato Generalized System of Preferences (Gsp); esso era nato con l'idea di aiutare nazioni povere concedendo loro un trattamento duty-free su migliaia di prodotti, da componentistica auto ai gioielli. Attualmente sono 121 Paesi a goderne, dalle Fiji all'Ecuador.

L'Office of the United States Trade Representative (Ustr), attualmente guidato dallo zar commerciale Robert Lighthizer, ha l'autorità per rivedere chi può godere del programma e in che termini. Da sempre, la revisione degli accordi si è concentrata su questioni legate a violazioni di diritti umani e sfruttamento minorile. Nell'epoca di Trump, l'obiettivo è creare il "campo da gioco equo" tanto citato dal 45esimo presidente e dalla sua squadra di ministri. In quest'ottica, lo scorso ottobre è iniziato quello che Lighthizer ha chiamato un nuovo "processo proattivo" di analisi. Si è cominciato da 25 paesi della regione Asia-Pacifico. In autunno ci si concentrerà sull'Europa dell'Est, il Merio Oriente e l'Africa.

Fino ad ora nessuna nazione si è vista togliere i privilegi acquisiti con il programma Gsp ma Trump ha già minacciato la Turchia come parte di una disputa diplomatica che ha alimentato un crollo storico della lira turca contro il dollaro. Anche alla Tahilandia, all'Indonesia e all'India potrebbe essere tolto il diritto di esportare in Usa migliaia di prodotti duty-free.

Quanto alla Turchia, a inizio agosto lo Ustr fece capire che Ankara non stava fornendo agli esportatori Usa un accesso equo al suo mercato. Washington aveva già fatto scattare (come per gran parte del mondo) i dazi su acciaio e alluminio turchi, a cui la nazione rispose con misure equivalenti contro riso, tabacco e auto americani. Venerdì 10 agosto Trump ha annunciato un raddoppio di quei dazi.

Il dossier riguardante la Thailandia è stato riaperto a maggio sulla scia di lamentele da parte di produttori Usa, secondo cui Bangkok raramente concede licenze per l'importazione di carne di maiale americana (per un decennio è stata messa al bando per via della presenza di un ormone). Lo scorso maggio la federazione di produttori di carne suina ha scritto una lettera a Trump spiegando che il mercato locale era caratterizzato da un eccesso di scorte, e dunque di prezzi bassi. Consentire l'import di carne Usa renderebbe la situazione ancora più difficile per i produttori locali. Nel 2017 la Thailandia ha esportato in Usa 4,2 miliardi di beni come parte del programma Gsp, pari al 13% del totale del suo export.

A fine luglio l'Indonesia è stata accusata dagli Usa di avere introdotto barriere commerciali. Lo scorso anno, dei 20 miliardi di dollari di esportazioni delle nazione, due miliardi sono finiti in Usa come parte del Gsp.

Anche l'India rischia. I produttori di latticini e dispositivi medici Usa si sono lamentati delle barriere commerciali esistenti. In questo caso nel 2017 5,6 miliardi di dollari di beni sono stati esportati in Usa come parte del programma, su un totale di 49 miliardi di export totale.

Nel 2016 meno dell'1% delle importazioni in Usa è giunto da nazioni parte del Gsp. In altre parole, 19 miliardi sui 2.200 miliardi di beni importati in Usa.

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