Altro terremoto in Uber: il più grande socio fa causa al Ceo cacciato

Kalanick è accusato di avere ancora troppo controllo sul gruppo di cui è co-fondatore e di avere nascosto informazioni al cda, di cui fa parte. Intanto continua la fuga di top manager: se ne va il primo dipendente e Ceo dell'azienda

Nel giorno in cui il primo dipendente e Ceo di Uber ha detto che avrebbe lasciato i suoi incarichi operativi, preferendo concentrarsi sul suo lavoro da membro del cda, il più granze azionista del gruppo ha fatto causa contro il co-fondatore  a cui aveva passato il timore della società e che poi è stato costretto ad andarse per via di una leadership controversa e di problemi nella cultura (sessista) del gruppo: Travis Kalanick. Per questo il socio intende cacciarlo dal consiglio di amministrazione dell'azienda di cui ancora fa parte anche se non è più Ceo.

L'azione legale di Benchmark, uno dei primi investitori a credere in Uber, intensifica le tensioni al vertice dell'azienda, alla ricerca disperata di un nuovo numero  e la cui valutazione supera i 60 miliardi di dollari. La tesi è che Kalanick  sia ancora troppo in controllo del gruppo, una cosa che minaccia la stessa Uber. In aggiunta, avrebbe nascosto  informazioni al board lo scorso anno e che, per esempio, avrebbero messo in evidenza i rischi associati all'acquisizione di Otto, start-up per lo sviluppo di camion che si guidano da soli. Seguì una denuncia per un presunto furto di segreti commerciali lanciata da Waymo, divisione di Alphabet dedicata alle auto autonome.

"I continui sforzi di Kalanick di inserirsi nel cda e nel business di Uber, anche dopo avere impantanato il gruppo in scandali multipli ed essere stato costretto a dare le dimissioni da Ceo, hanno ulteriormente pesato sul valore del titolo Uber nel mercato secondario", recita la causa legale di Benchmark che controlla circa il 20% dei diritti di voto di Uber e che possiede il 13% delle azioni ordinarie; per in confronto, Kalanick ha il 16% dei diritti di voto e una partecipazione del 10%.

Il legale del diretto interessato ha replicato dicendo che la causa "è priva di fondamenta" e piena di "menzogne"; non è stato spiegato perché. Un portavoce di Kalanick ha detto che l'azione legale di Benchmark "è un chiaro tentativo di provare Travis Kalanick dei suoi diritti da fondatore e socio e di silenziare la sua voce in merito alla gestione del gruppo che ha aiutato a creare".

Intanto la fuga di top manager non si arresta in Uber. L'ultimo top manager a lasciare l'azienda che offre un servizio alternativo al taxi tradizionale è stato, come detto, il suo primo dipendente nel 2010: si tratta di Ryan Graves, colui che per poco tempo fu anche il primo amministratore delegato di Uber e che poi passò quel ruolo a Kalanick (che lo aveva assunto).

Graves ha detto che abbandonerà le sue attività operative quotidiane per concentrarsi sul suo lavoro da membro del board. Anche perché sono molte altre le posizioni da riempire incluse quelle di direttore operativo, finanziario e di marketing.

Attualmente vicepresidente senior per le attività di Uber, da metà settembre il 34enne miliardario lascerà i suoi compiti a tempo pieno. "Non c'è un momento giusto per una mossa come questa" ha spiegato in una email ai dipendenti dicendo di volere garantire una transizione lineare "ben prima che il nostro cda decida sul Ceo".

Ammettendo implicitamente i problemi (anche reputazionali) vissuti dall'azienda, Graves ha aggiunto: "C'è un'altra lezione che ho imparato e che avremmo dovuto mettere in pratica molto prima. Avremmo dovuto dedicare più tempo per riflettere sui nostri errori e fare cambiamenti insieme". Secondo lui, che ha supervisionato le risorse umane (un dipartimento finito nel mirino dopo le accuse di sessismo lanciate da una ex ingnegnere), "la nostra cultura, i nostri processi, i nostri leader e i nostri team sono diventati più saggi, più forti e più maturi". Ci è voluta però un'inchiesta interna guidata dall'ex segretario alla Giustizia durante l'era Obama, Eric Holder.

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