Ultimi giorni di mandato per Navi Pillay, la Lady di Ferro dell'Onu

La sua missione come Alto Commissario per i diritti umani a Ginevra si conclude il 31 agosto tra applausi e polemiche
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Il suo mandato come Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani a Ginevra scadrà tra pochi giorni, eppure Navi Pillay non accenna a rilassarsi e si prepara ad un turbolento rush finale.

Niente di nuovo, in verità, per colei che potrebbe essere tranquillamente definita la Lady di Ferro dell’Onu.

Sudafricana, 72 anni, Navi Pillay ha battuto diversi record nella sua vita. Nata negli anni dell’apartheid, figlia di un autista di autobus, è stata la prima donna “non bianca” ad aver aperto uno studio legale in Sudafrica e ad essere nominata giudice dell’Alta Corte del Paese.

Un’attitudine, quella alla giustizia e al coraggio, che non l’ha mai abbandonata e ancora oggi, a due settimane dalla conclusione del suo mandato, la spinge a combattere.

Tra le sue ultime battaglie, il mese scorso, quella per il ripristino del diritto internazionale alla privacy, troppo spesso violato dalla massiccia sorveglianza dai servizi segreti di diversi Paesi tra cui Usa e Gran Bretagna.

Pochi giorni dopo, ha ufficialmente convocato Israele e Hamas, fazione islamista che domina la Striscia di Gaza, a rendere conto di possibili crimini di guerra e contro l’umanità durante i bombardamenti contro i civili perpetrati da entrambi.

Pillay ha criticato anche il blocco israeliano a Gaza e ha apertamente dichiarato che le le potenze mondiali “potrebbero fare molto di più” di quanto hanno fatto finora per fermare la violenza.

Una schiettezza che rasenta quasi la sfacciataggine se paragonata alla prudente (e spesso farraginosa) diplomazia che governa le alte sfere del potere. Un atteggiamento che le ha fatto guadagnare approvazione ma anche tante critiche.

Critiche aperte, come quella dell’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bashar al-Jaafari, che l’ha definita “folle" o del collega israeliano che l’ha accusata di non aver saputo tutelare i diritti umani degli israeliani.

O più velate, come lo smacco ricevuto da Cina e Stati Uniti, Paesi in cui la signora non è stata mai ufficialmente invitata. Nel primo caso lei stessa ha dichiarato che il motivo è probabilmente il suo ruolo di “portavoce delle vittime”, nel secondo il sospetto è la sua aperta critica al comportamento di Israele.

Eppure, Pillay non si fa intimidire. “Alcuni dei suoi predecessori hanno mostrato maggior riverenza nei confronti dei governi, ma lei non si è sentita condizionata”, dichiara al New York Times Michael Ignatieff, professore specializzato in diritti umani presso la John F. Kennedy School of Government di Harvard.

Anche e soprattutto grazie alla sua guida, l’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani è passato da una manciata di membri (così come era quando nacque 20 anni fa) a un istituto che conta la rappresentanza di 58 Paesi, vero e proprio punto di riferimento per oppressi e attivisti. “Eppure”, racconta lei stessa con rammarico in un’intervista telefonica citata dal New York Times, “riceviamo una sovvenzione pari al 3% del bilancio totale delle Nazioni Unite” .

Eppure, Lady Pillay non molla e si prepara a combattere un’altra battaglia: la settimana prossima incontrerà i membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per discutere di “prevenzione dei conflitti”, mentre i suoi sostenitori le chiedono a gran voce di affrontare al più presto anche il capitolo delle violenze in Siria, Africa e Ucraina.

Ma purtroppo oramai manca il tempo. Il suo mandato - il più lungo e proficuo da quando l’istituto è stato fondato - si concluderà dopo 6 anni il 31 agosto.

"Lascio il mio incarico con un senso di orgoglio", ha dichiarato la signora Pillay in un'intervista. “Nella promozione dei diritti umani”, ha detto, "ho spinto il mio mandato al limite."

E ancora. “L’Alto Commissario per i diritti umani è chiamato a offrire solo i fatti, la protezione della legge e della ragione e per questo spesso è anche criticato”, ha dichiarato all’Assemblea per i Diritti Umani il mese scorso, quasi come un lascito morale al suo successore.

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