Usa, attacco fallito contro comandante iraniano in Yemen nel giorno dell'uccisione di Soleimani

L'operazione, rimasta segreta, è stata svelata dal Washington Post e pone nuove domande sui reali motivi del raid contro il generale iraniano a Baghdad
Ap

Il giorno in cui le forze militari statunitensi hanno ucciso a Baghdad, in Iraq, il generale iraniano Qassem Soleimani, comandante delle forze speciali al-Quds, un'altra missione segreta contro un alto ufficiale militare iraniano è fallita, in Yemen. Lo ha scritto il Washington Post, citando funzionari statunitensi; in seguito, altri media statunitensi, a partire dal New York Times, hanno confermato la notizia.

Il raid sarebbe stato condotto contro Abdul Reza Shahlai, comandante delle forze al-Quds attive in Yemen e uomo chiave nei finanziamenti delle guerre per procura, che però non sarebbe stato ucciso. L'operazione fallita farebbe quindi immaginare che l'uccisione si Soleimani facesse parte di una più ampia operazione, sollevando domande sulla possibilità che le azioni dell'amministrazione Trump siano state condotte più per decapitare i comandi delle forze armate iraniane piuttosto che per prevenire un attacco imminente contro sedi statunitensi, come invece affermato da Washington.

L'operazione in Yemen, dove una guerra civile ha creato la peggiore emergenza umanitaria al mondo, è stata condotta in segreto e resta altamente classificata; in molti si sono rifiutati di fornire dettagli. Al Pentagono e in Florida, dove era presente il presidente Donald Trump, hanno seguito entrambe le operazioni e avevano discusso della possibilità di annunciarle contemporaneamente, in caso di successo.

Un alto ufficiale ha detto che i due raid sono stati autorizzati all'incirca nello stesso momento e che gli Stati Uniti non hanno comunicato pubblicamente la missione Shahlai perché non si è conclusa secondo i piani. Le ragioni del raid contro Soleimani sono state messe sotto accusa dal Congresso: la Camera, a maggioranza democratica, ha approvato gioved" una risoluzione per limitare l'autorità del presidente per futuri attacchi contro l'Iran. Funzionari della Difesa e del dipartimento di Stato hanno giustificato il raid contro Soleimani affermando che avrebbe salvato "decine" se non "centinaia" di americani "sotto una minaccia imminente".

L'operazione Shahlai sembra complicare questa narrazione dei fatti. "Sembrerebbe una missione con un obiettivo più ampio e una pianificazione più lunga e mette in dubbio il tentativo di spiegare pubblicamente tutto questo sulla base di una minaccia imminente" ha commentato Suzanne Maloney, esperta di Iran del Brookings Institution, al Washington Post.

Shahlai, secondo gli Stati Uniti, ha avuto un ruolo negli attacchi contro le forze statunitensi in Iraq, compreso il raid del 2008 in cui delle milizie sostenute dall'Iran rapirono e uccisero cinque soldati statunitensi a Kerbala. Per avere informazioni su di lui, il dipartimento di Stato aveva offerto 15 milioni di dollari. L'Iran fornisce sostengo ai ribelli Houthi nella loro guerra contro una coalizione sostenuta dall'Arabia Saudita.

L'assassinio di Soleimani, avvenuto il 3 gennaio, ha portato l'Iran a condurre, quattro giorni dopo, un attacco missilistico contro due basi statunitensi in Iraq, che non ha provocato vittime. Dopo, Trump ha annunciato nuove sanzioni economiche, affermando che gli Stati Uniti "sono pronti a sposare la pace con quelli che la cercano", offrendo quindi a Teheran la possibilità di mettere fine all'escalation militare.

Trump e il segretario di Stato, Mike Pompeo, hanno più volte ribadito che Soleimani è stato ucciso perché rappresentava una "minaccia imminente", in quanto sarebbe stato pronto a condurre attacchi contro sedi diplomatiche, come per esempio l'ambasciata di Baghdad.

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