Usa-Cina, Trump "contento di andare avanti con i dazi" se l'incontro con Xi non andrà bene

Mnuchin: "Se la Cina vuole andare avanti con l'accordo, siamo pronti ad andare avanti con i termini già raggiunti. Altrimenti, il presidente Trump sarà assolutamente contento di andare avanti con i dazi". Il summit avverrà a margine del G20 in Giappone
Ap

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, prenderà una decisione sull'imposizione di nuovi dazi contro la Cina dopo l'incontro con l'omologo Xi Jinping al G-20 che ci sarà alla fine del mese a Osaka, in Giappone. Lo ha detto il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, alla Cnbc, durante un'intervista concessa a margine del summit dei ministri dell'Economia e i banchieri centrali dei Paesi del G20 a Fukuoka, in Giappone.

Secondo Mnuchin, Trump cercherà di capire se Xi abbia intenzione di andare "nella giusta direzione verso un accordo. Il presidente prenderà una decisione dopo l'incontro". "Se la Cina vuole andare avanti con l'accordo, siamo pronti ad andare avanti con i termini già raggiunti. Se la Cina non vuole, allora il presidente Trump sarà assolutamente contento di andare avanti con i dazi per ribilanciare il rapporto" tra i due Paesi.

I due presidenti si sono incontrati per l'ultima volta a Buenos Aires, nel dicembre 2018, quando le tensioni commerciali erano già forti. All'epoca, i due presidenti decisero di sospendere gli aumenti pianificati dei dazi e di riallacciare i negoziati. Nei mesi successivi, le delegazioni dei due Paesi si sono incontrate varie volte per lavorare a un accordo, che sembrava vicino; poi, a maggio, il presidente Trump ha inaspettatamente scritto su Twitter che la sua amministrazione avrebbe imposto nuovi dazi su prodotti cinesi importati del valore di 200 miliardi di dollari, minacciando anche di alzarli su altri 300 miliardi di dollari in importazioni dalla Cina.

Washington ha più volte sostenuto di averlo fatto in risposta al tentativo cinese di rinegoziare parti dell'accordo già definite; la ricostruzione statunitense dei fatti è stata smentita da Pechino. "Avevamo fatto enormi progressi e credo che il 90% dell'accordo fosse ormai fatto. La Cina voleva tornare indietro su certe cose e abbiamo interrotto le negoziazioni" ha detto Mnuchin.

Il segretario al Tesoro è tornato a parlare dei punti più spinosi in ballo tra i due Paesi: "Le barriere non tariffarie" contro le società straniere in Cina e "il trasferimento forzato di tecnologia", ovvero l'obbligo per le aziende di condividere la loro tecnologia e il loro know-how con le società cinesi in cambio dell'accesso al mercato nazionale. "Questioni importantissime per noi e fondamentali per ogni accordo. Si tratta di questioni su cui avevamo compiuto molti progressi e qualsiasi accordo dovrà includerle".

Per quanto riguarda Huawei, il colosso cinese delle telecomunicazioni a cui Washington ha di fatto impedito di fare affari negli Stati Uniti, Mnuchin ha detto che la questione non fa parte dello scontro commerciale tra i due Paesi e che le azioni intraprese sono state decise in base ai timori per la sicurezza nazionale, dato che, per Washington, Huawei sarebbe usata dal governo cinese per attività di spionaggio nei Paesi occidentali.

Nei giorni scorsi, il Fondo monetario internazionale ha invitato gli Stati Uniti a trovare un accordo. "L'aumento dei dazi sulle importazioni e altri passi fatti da questa amministrazione [Trump] stanno minacciando il sistema commerciale globale, aumentando le restrizioni sul commercio di beni e servizi e innescando un ciclo di reazioni commerciali di ritorsione". Per questo è "particolarmente importante che le tensioni commerciali tra Usa e Cina siano rapidamente risolte attraverso un accordo completo che rafforzi il sistema internazionale" e non attraverso un'intesa per ridurre il deficit commerciale tra i due Paesi, come vorrebbe Trump. Per far funzionare l'economia globale, il Fondo ha ricordato che deve esserci "un sistema commerciale internazionale più aperto, più stabile, più trasparente e fondato sulle regole".

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