Usa-Iran, secondo il Nyt gli americani pianificavano di uccidere Soleimani da 18 mesi

Un lungo reportage del quotidiano spiega l’escalation dei "sette giorni più pericolosi" dell’amministrazione Trump e i retroscena che hanno evitato una possibile guerra
Ap

Negli ultimi giorni Trump ha più volte ribadito che l’operazione che ha portato il 3 gennaio scorso all’uccisione di Qassem Soleimani è stata frutto di una decisione "dell'ultimo minuto", giustificata dal fatto che il generale iraniano delle Forze Quds dei Pasdaran stesse progettando un attacco "imminente" di sostanziale portata contro le forze americane.

Il New York Times smentisce questa versione spiegando in un lungo reportage sui "sette giorni più pericolosi" dell'amministrazione di Trump, che Soleimani era nel mirino degli Stati Uniti da tempo, per l’esattezza da 18 mesi. A intensificare l’attività americana sono stati però due episodi, accaduti quasi per caso: l’attacco alla base americana di Kirkuk (in Iraq) il 27 dicembre, in cui ha perso la vita un civile americano, condotto da una delle milizie sciite sostenuta dal generale iraniano, e l’assalto all'ambasciata americana a Baghdad il 31 dicembre.

Sarebbe stato in quel momento, secondo la ricostruzione del quotidiano diretto da Dean Baquet, che Trump, guardando le immagini in televisione dal suo resort di Mar-a-Lago, avrebbe dato l’ordine di rispondere in maniera "robusta" alle provocazioni iraniane. Mentre le proteste andavano avanti ha iniziato a circolare una "nota top-secret" firmata da Robert C. O'Brien, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, nella quale venivano elencati i potenziali obiettivi iraniani da colpire tra cui una struttura energetica, un comando e una nave di controllo usata dalle Guardie Rivoluzionarie per dirigere piccole imbarcazioni che attaccavano le petroliere nelle acque intorno all'Iran.

Ma non è tutto perché il memorandum elencava anche un'opzione più provocatoria: colpire determinati funzionari iraniani con raid chirurgici. Tra gli obiettivi citati, secondo i funzionari che hanno potuto vedere la nota, c'era Abdul Reza Shahlai, un comandante iraniano nello Yemen che aveva contribuito a finanziare gruppi armati in tutta la regione. E soprattutto c’era un secondo possibile obiettivo nell'elenco: il generale Qassem Soleimani, di fatto il secondo uomo più potente dell'Iran che ha gestito le guerre per procura in Iraq, Siria, Libano e Yemen, compresa una campagna di bombardamenti stradali e altri attacchi che hanno ucciso, secondo le stime americane, 600 soldati statunitensi al culmine della guerra in Iraq.

Come hanno spiegato i funzionari americani al giornale diretto da Dean Baquet, nell'ultimo anno e mezzo sono state numerose le discussioni sulla possibilità di colpire Soleimani, noto per la maniacale attenzione alla sicurezza personale, e i cui spostamenti hanno iniziato ad essere monitorati con attenzione dagli agenti reclutati in Siria e Iraq dagli Stati Uniti. Lo scorso primo gennaio il generale iraniano ha intrapreso il suo ultimo viaggio volando a Damasco e poi da lì in macchina fino al Libano dove ha incontrato Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, prima di tornare a Damasco quella sera. In quel colloquio Nasrallah, come lui stesso ha confermato in un secondo momento, ha avvisato il generale dei Pasdaran che gli Stati Uniti lo avevano messo nel mirino.

Nel frattempo, nella sede della Cia in Virginia, la direttrice Gina Haspel stava lavorando alla mossa decisiva quando le è stata fatta vedere l’informativa che indicava l’imminente spostamento di Soleimani dalla Siria all'Iraq. In aggiunta c'era una nota di intelligence sul fatto che il generale stesse lavorando a un attacco su larga scala destinato a cacciare le forze americane dal Medio Oriente. È stato in quel momento che è stata presa la decisione di ucciderlo con l’attacco, portato a termine con i droni come ormai noto, in cui hanno perso la vita altre nove persone oltre a Soleimani.

L’ok finale è arrivato dal presidente americano e ha rianimato improvvisamente tensioni covate per decenni con l’Iran, scatenando di fatto un dramma di proporzioni planetarie andato in scena per lo più "dietro le quinte". Come spiega il lungo articolo del giornale di New York, dopo l’uccisione di Soleimani, dall'Europa al Medio Oriente, leader e diplomatici hanno lavorato nell’ombra per evitare una nuova guerra a pieno titolo, il tutto mentre alla Casa Bianca e al Pentagono, il presidente e i suoi consiglieri hanno deciso di inviare più truppe nella regione.

Il sovrano di fatto dell'Arabia Saudita, il principe Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd, era così allarmato che ha deciso di mandare suo fratello a Washington per un incontro clandestino con Trump mentre i leader europei, infuriati per essere stati tenuti all’oscuro dagli Stati Uniti, si sono affrettati per impedire all'Iran un’escalation che avrebbe portato ulteriori conseguenze con gli Usa che avevano già pronto un piano per colpire una nave di comando e controllo e condurre un attacco informatico per disabilitare parzialmente il settore petrolifero e del gas dell’Iran.

Tra i primi ad offrirsi come intermediario la Francia di Macron, assieme al Giappone, ma l’offerta come spiega il New York Times è stata freddamente respinta dal presidente americano che non avrebbe avvisato nessuno dei suoi partner strategici della decisione di uccidere Soleimani fatta eccezione per il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. Chi però ha svolto un ruolo fondamentale nella de-escalation è la Svizzera, che dalla rottura delle relazioni diplomatiche tra Usa e Iran nel 1980 agisce come intermediario tra i due Paesi.

Poche ore dopo l’attacco a Soleimani, l’ambasciatore svizzero in Iran, Markus Leitner, si trovava già al ministero degli Affari esteri iraniano per tentare di evitare un conflitto che nessuno voleva. Proprio tramite i diplomatici svizzeri, gli Stati Uniti hanno inviato una lettera a Teheran avvisando che qualsiasi ritorsione per l’attacco a Soleimani avrebbe incitato una più violenta reazione di Washington. Ed effettivamente, nonostante le minacce paventate, la risposta iraniana, con i due attacchi alle basi in Iraq, è apparsa più come una mossa dovuta che un reale tentativo di colpire duramente l’America.

Dopo oltre una settimana di violenti botta e risposta e un delicato lavoro diplomatico sotto traccia, quella che appariva una crisi pronta a sfociare in guerra sembra essere rientrata. All'interno dell'establishment della sicurezza americana, come scrive il New York Times, pochi considerano la crisi finita. A Washington, infatti, non escludono che nei prossimi mesi l'Iran si riorganizzi e trovi il modo di contrattaccare in maniera più violenta e pesante.

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