Vittoria per Trump, il travel ban può entrare in vigore (per ora)

Lo ha deciso la Corte Suprema mentre continuano le battaglie legale sul provvedimento che chiama in causa soprattutto i cittadini di sei nazioni prevalentemente musulmane
AP

La terza e ultima versione del 'travel ban' voluto da Donald Trump può, per ora, entrare in vigore nella sua interezza mentre continua la battaglia legale tra il governo americano e chi si oppone al provvedimento che chiama in causa soprattutto i cittadini di sei nazioni prevalentemente musulmane. Lo ha deciso la Corte Suprema regalando una vittoria al presidente americano.

In gioco c'è un divieto permanente di ingresso negli Usa per gran parte dei cittadini di Iran, Libia, Siria, Yemen, Somalia, Chad e Corea del Nord oltre ad alcuni funzionari del governo venezuelano e delle rispettive famiglie.

Il massimo organo giudiziario statunitense ha accolto la richiesta, fatta nella seconda metà del novembre scorso, del dipartimento di Giustizia. Due giudici liberal, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor, hanno votato contro.

Ha vinto la linea promossa dal rappresentante dell'amministrazione Trump, Noel J. Francisco, secondo cui il presidente ha agito nel rispetto dei suoi poteri per controllare l'immigrazione. Francisco ha spiegato che l'ordine esecutivo dello scorso 24 settembre con cui il nuovo travel ban è stato emesso ha fatto seguito "a una analisi completa e globale delle informazioni condivise con governi stranieri e che sono usate per controllare stranieri che puntano a entrare in Usa".

La pensa diversamente l'American Civil Liberties Union, che rappresenta i gruppi di persone presi di mira dal travel ban. "La proclamazione è il terzo ordine del presidente firmato quest'anno [dopo quelli di gennaio e marzo] impedendo a oltre 100 milioni di persone in arrivo da nazioni prevalentemente musulmane di entrare in Usa".

A ottobre, due giudici federali in Maryland e alle Hawaii avevano bloccato parti dell'ultima versione del travel ban. Il governo Usa fece ricorso. Il dibattito sui banchi di tribunale è previsto in settimana. Nel frattempo un compromesso era stato raggiunto: il divieto di ingresso nella nazione poteva essere imposto a chi non aveva alcun legame con persone o organizzazioni in Usa ma non poteva essere applicato a chi era originiario dei Paesi presi di mira ed era membro di una famiglia allargata con relazioni in "bona fide" con residenti in Usa. Secondo il dipartimento di Giustizia, escludere dal provvedimento nonni, nipoti, cognati, zii e cugini, per esempio, metteva a repentaglio l'autorità presidenziale e potrebbe mettere a rischio gli americani.

Mentre i legali dell'amministrazione Trump difendono nei tribunali il travel ban, i tweet del presidente potrebbero complicare la situazione. E' il caso per esempio della mossa della settimana scorsa del leader Usa, che ha retwittato video anti-musulmani messi online da militanti di Britain First, un gruppo di estrema destra a cui la Commissione elettorale del Regno Unito ha tolto la qualifica di partito. I critici del travel ban sostengono che quei cinguettii dimostrano come Trump abbia di mira popolazioni musulmane.

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