E’ ufficiale: da ieri la politica Usa ha il suo terzo George Bush
Come previsto, da ieri la politica americana ha il suo terzo George Bush: dopo George H., suo nonno paterno che fu il 41esimo presidente degli Stati Uniti (e prima ancora direttore della CIA e vicepresidente, di Reagan), e dopo George W., suo zio paterno che fu il 43esimo (e prima ancora governatore del Texas), ora è la volta di George P. (la P sta per Prescott, in omaggio al bisnonno senatore del Connecticut capostipite della dinastia).
Vietato indossare i Google Glass, locale di Seattle mette al bando gli occhiali-computer
“Per la cronaca, questo locale è il primo esercizio pubblico di Seattle a vietare preventivamente i Google Glasses. Calci [in culo] agli eventuali trasgressori saranno incoraggiati”. Con questa pittoresca comunicazione sulla propria pagina Facebook, il “Five Points” di Seattle
si è fatto notare come primo locale pubblico a proibire al proprio interno l’utilizzo di Google Glass, il nuovissimo “computer negli occhiali” che Google sta terminando di sperimentare e che dovrebbe entrare in commercio a breve.
Anche se la Casa Bianca ha respinto la petizione popolare che chiedeva di costruire la “Morte Nera”, ci sono comunque buone notizie con le quali gli appassionati della saga di “Guerre Stellari”- soprattutto i più nostalgici della trilogia originaria – si potranno consolare. Ieri sera Steven Spielberg ha infatti confermato che il cast del nuovo “Episodio VII”, il primo ad essere prodotto dopo la vendita della LucasFilm alla Disney, includerà tutti i tre attori protagonisti dei primi tre storici film: non solo Harrison Ford nei panni di Han Solo, ma anche Carrie Fisher nel ruolo della principessa Leia, e Mike Hamill in quello di Luke Skywalker.
“Alla fine, la trasparenza in stile americano non ha potuto convivere con l’ossessione vaticana per la segretezza”: così oggi Nicole Winfield della Associated Press, la quale ieri aveva firmato una delle più colorite cronache dell’insolito presenzialismo mediatico dei cardinali americani in procinto di prendere parte al Conclave, e in particolare delle loro conferenze stampa quotidiane presso il North American College (“The daily American Show", le aveva definite. Ne avevamo parlato qui). Queste cronache, ed ancor più alcune dichiarazioni rese alla stampa italiana in occasione di questi briefing da alcuni cardinali statunitensi, hanno indotto la Curia vaticana ad intervenire per stroncare questo flusso di notizie giudicato incompatibile con le esigenze di riservatezza del pre-Conclave. D’ora in poi, niente più conferenze stampa “all’americana” e niente più interviste in libertà: i cardinali americani sono chiamati a cucirsi la bocca come tutti gli altri.
“The daily American Show", lo spettacolo quotidiano Americano: così Nicole Winfield della Associated Press definisce la conferenza stampa che, per la gioia delle centinaia di giornalisti di tutto il mondo già accampati in Vaticano, viene tenuta ogni giorno nell’auditorium del North American College (il seminario statunitense) dalla “delegazione” statunitense al Conclave che nelle prossime ore comincerà ad operare per l’lezione del successore di Benedetto Sedicesimo. Padre Federico Lombardi, il portavoce del Vaticano, tiene le sue conferenze stampa ma con uno stile molto più sobrio e “abbottonato”; e tutte le delegazioni cardinalizie tranne quella americana sono chiuse nel tradizionale prudente silenzio. Ma cardinali statunitensi, al contrario, parlano, si concedono ai media. E in questo modo stanno rapidamente acquistando un ruolo da protagonisti abbastanza inedito nella storia del Conclave.
Sulla questione del nucleare iraniano c’è ancora spazio per la diplomazia, ma si tratta di uno spazio limitato. Questo il messaggio lanciato ieri sera da John Kerry durante la sua visita in Arabia Saudita, settima tappa della sua prima missione all’estero come Segretario di Stato.
Una bambina di due anni e mezzo nata sieropositiva in una zona rurale del Mississippi appare essere stata “funzionalmente curata” e da un anno non dà segni di ricaduta. L’annuncio è giunto da Deborah Persaud della Johns Hopkins University di Baltimora durante la annuale “Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections” in corso in queste ore ad Atlanta, in Georgia.
Non è semplice valutare la portata della nuova presa di posizione che l’amministrazione Obama ha assunto ieri nella causa davanti alla Corte Suprema sulla questione dei matrimoni gay californiani; né del resto è semplice ricostruire e ripercorrere il tortuoso percorso che il 44esimo presidente degli Stati Uniti ha compiuto su questo spinoso argomento, passando per anni da un annuncio ad effetto ad un complesso compromesso, sempre schivando prese di posizione troppo nette. Vediamo di provarci.
La Casa Bianca mi sta minacciando. Mi vogliono tappare la bocca perché proprio sul più bello, quando ormai il presidente era riuscito a convincere l’opinione pubblica che la colpa era tutta dei repubblicani, io ho rivelato che invece il cosiddetto “sequester” (ossia la disastrosa mannaia di mega-tagli “automatici” che fra poche ore si abbatterà sulle spese del governo federale) è stata un’idea – folle – di Obama. Questa, in estrema sintesi, la sorprendente denuncia di Bob Woodward, mostro sacro del giornalismo d’inchiesta americano e mondiale, che ieri ha sollevato un vespaio e non cessa di far discutere.
E’ una Roma in pieno caos istituzionale quella nella quale John Kerry, che la conosce bene e l’ha visitata molte volte ma mai nei panni di Segretario di Stato, arriverà oggi per la sua prima visita ufficiale dopo il subentro ad Hillary Clinton: un nuovo Parlamento neoeletto ma non ancora insediato e senza chiare maggioranze, un governo uscente in carica ormai solo per l’ordinaria amministrazione, un Presidente della Repubblica in semestre bianco, e pure una sede papale quasi-vacante in attesa di imminente conclave (Kerry, da buon americano di origini irlandesi, è cattolico osservante e praticante, molto devoto pare). Ma il nuovo Segretario di Stato americano, che atterra oggi a Ciampino dopo essere stato nelle ultime 48 ore a Londra, Berlino e Parigi, ha in programma un appuntamento romano che ha ben poco a che vedere con i guai istituzionali italiani, e che rappresenta il perno di tutto questa sua prima missione estera: il cruciale meeting del “Gruppo di alto livello” sulla guerra civile in Siria, che ha ormai causato circa settantamila morti ed un milione di profughi.
Era una giornata fredda e nevosa, quel 26 febbraio del 1993. A New York il mezzogiorno era passato da diciassette minuti, quando uno spaventoso boato scosse dalle fondamenta le Torri Gemelle del World Trade Center. Molti pensarono ad un incidente, ma di lì a poco si apprese che era stato un attentato: un nuovo tipo di terrorismo aveva colpito per la prima volta sul suolo americano. Una piccola cellula di fanatici islamisti aveva fatto esplodere nel garage sotterraneo del WTC un furgone autobomba carico di nitrourea ed idrogeno, con l’intento di far crollare una delle torri addosso all’altra, creando un effetto domino che avrebbe ucciso fino a duecentomila persone. Non ci riuscirono, perché non avevano abbastanza soldi per costruire un ordigno abbastanza potente nè le competenze per piazzarlo nel punto più utile, ma sei persone rimasero comunque uccise e circa un migliaio ferite. La gravità di quel folle gesto non sarebbe stata compresa appieno fino all’Undici Settembre 2001.










