Chi ha paura di John Roberts? Dubbi e ipotesi dopo la sentenza su ObamaCare

Fa discutere la motivazione della sentenza della scritta dal presidente della Corte Suprema: una vittoria di Pirro per i liberal?

"Roberts detta legge": questa la cover-story del nuovo numero di Time, dedicata al presidente della Corte Suprema che giovedì scorso, schierandosi a sorpresa con i quattro giudici liberal, ha clamorosamente determinato la sopravvivenza della riforma sanitaria voluta da Obama e detestata dai repubblicani (talmente a sorpresa che lo stesso Time la settimana prima aveva dedicato la copertina al giudice Kennedy, che essendo notoriamente il più "centrista" e volubile della Corte era nei pronostici il candidato a questo ruolo di "ago della bilancia"). 

Roberts era stato nominato nel 2005 dal presidente George W. Bush, inizialmente per sostituire Sandra Day O’Connor, prima giudice donna della Corte, che andava in pensione; due mesi dopo, prima ancora che la nomina di Roberts avesse superato il vaglio del Senato, morì il presidente della Corte, William Rehnquist, un conservatore di ferro, e Bush a quel punto sparigliò annunciando che la candidatura di Roberts non era più alla successione della O’Connor, ma dello stesso Rehnquist. Una settimana dopo, nella prima sessione di audizione parlamentare per la conferma, Roberts fece di tutto per mettere in risalto la propria avversione per la figura del giudice “d’assalto”, del magistrato attivista politico. Dichiarò che secondo lui i giudici costituzionali devono avere "l’umiltà di riconoscere che operano all’interno di un sistema di precedenti", e che “non sono come i politici, che possono promettere determinate cose in cambio del voto. Sono piuttosto come degli arbitri: non creano le regole, si limitano ad applicarle”. Il nuovo Presidente venne confermato con il voto di tutti i senatori repubblicani, ma anche della metà esatta dei senatori democratici. Il giovane senatore dell'illinois Barack Obama fu invece tra quelli che votarono contro. 

Nei sei anni trascorsi Roberts non si era mai segnalato per prese di posizione eterodosse, avendo sempre votato coerentemente con la propria connotazione di giudice conservatore anche se non estremista. Ora questa sua sortita sul caso ObamaCare ha lasciato tutti spiazzati: se i commentatori di destra si sono accalorati nell'osservare che il suo moderatismo si è rivelato una fregatura, tra quelli di sinistra prevale invece la diffidenza rispetto a quello che potrebbe rivelarsi un cavallo di Troia - e più la motivazione della sentenza su Obamacare (della quale Roberts è anche l'estensore) viene riletta in controluce, più questi dubbi si consolidano.

Una prima questione è legata al fatto che la sentenza di Roberts è basata sull'assunto che quello sancito dalla legge di riforma del sistema sanitario non è un vero e proprio obbligo di assicurarsi, che sarebbe incostituzionale, bensì una tassazione della condizione di non-assicurato. Se il governo federale ha il potere di tassare la benzina o il fatto di raggiungere un determinato livello di reddito, si legge nella motivazione, allora ha anche il potere di tassare il comportamento di chi non si assicura. Questo però equivale a dire che, come tutte le norme che stabiliscono una tassa, anche questa può benissimo essere abolita dal Congresso in un futuro prossimo, anche a maggioranza semplice. E questo è un primo grattacapo che lascia alquanto perplessi in commentatori liberal.

Ma il dubbio che maggiormente agita il mondo liberal è quello di un ipotetico secondo fine inerente le prossime prounnce della Corte. Ieri, ad esempio, un commentatore del Washington Post notava che Roberts, nel negare che i giudici siano chiamati a decidere la costituzionalità delle leggi basandosi alla bontà delle soluzioni politiche ad esse sottese, ha sottolineato: "non sta a noi proteggere il popolo dalle conseguenze delle sue scelte politche"; ed osservava che con un atteggiamento di questo tipo la Corte potrebbe in futuro giustificare il rifiuto di annullare leggi dei singoli Stati membri come ad esempio quelle contro il matrimonio gay. Considerazione che non si ritrova però nell' articolo che sul nuovo numero di Time (quello con Roberts in copertina) è firmato da Ted Olson, il famoso avvocato conservatore che è a capo del collegio legale che, a partire dal caso della California, sta portando avanti la battaglia per l'affermazione del diritto costituzionale degli omosessuali ad accedere all'istituto del matrimonio: Olson si limita ad osservare che con la sentenza su ObamaCare il presidente ha ottenuto la sopravvivenza della sua riforma sanitaria, ma ne dovrà sostenere l'impopolarità durante la campagna elettorale.

Solo in questo senso Olson osserva che Obama potrebbe aver "perso vincendo"; ma altri lo intendono in un senso molto più ampio e problermatico. "La sinistra che ha festeggiato come una vottiroa questa sentenza dell Corte Suprema" si osserva oggi su the Politico "potrebbe trovarsi alle prese con i dolorosi postumi di una brutta sbronza, quando quest'autunno i giudici della Corte Suprema si rimetteranno al lavoro e metteranno mano ad alcuni casi particolarmente controversi". Al di là delle valutazioni tecnico-giuridiche, alcuni commentatori stanno infatti speculando sulla possibilità che Roberts, con la sua presa di posizione su ObamaCare, si sia voluto accreditare come moderato capace di dissociarsi dall'ala conservatrice della Corte, esibendo una lbertà di giudizio ed una apertura che potrebbe un domani rivendicare proprio per rendere più digeribili all'opinione pubblica le sue decisioni dei prossimi mesi e anni, che potrebbero essere di segno ben diverso da questa. L'idea non è del tutto peregrina e lo si può riscontrare sempre sull'ultimo Time leggendo l'opinione del premio Pulitzer John Meacham, già direttore di Newsweek ed oggi direttore esecutivo e vicepresidente della prestigiosa casa editrice Random House, appassionato di storia e specializzato in biografie dei presidenti americani, il quale nota che Roberts in certi ambienti è stato prontamente rivalutato come "un eroe americano" avendo dimostrato il "senso della storia" proprio dei più grandi presidenti della Corte Suprema.