Addio Gore Vidal, il "radicale aristocratico"

E' morto a 86 anni lo scrittore dal quale l'America si è fatta schiaffeggiare per mezzo secolo

Lo scrittore, polemista e sceneggiatore Gore Vidal è morto ieri sera, per complicazioni da una polmonite, alle 18,45 ora locale nella sua casa di Hollywood Hills, a Los Angeles. Aveva 86 anni e per buona parte della sua vita aveva abitato in Italia, a Ravello. Nato a West Point nel 1925 Eugene Luther Vidal (il nome d'arte "Gore" lo avrebbe preso dal cognome del nonno materno Thomas Gore, senatore democratico dell'Oklahoma), ad appena 22 anni, nell'immediato secondo dopoguerra, divenne celebre con il romanzo "The City and the Pillar" (in Italia "La Statua di Sale"), che scandalizzò l'America per il modo esplicito con il quale l'autore, omosessuale gli stesso, trattò il tema dell'omosessualità. Da lì in poi, Gore Vidal è stato un anticonformista di professione - un anticonformista "pesante", radical, di quelli che altrove non avrebbero fatto carriera e che invece in un Paese libero come quello che lui ha passato la vita a criticare non di rado riescono ad avere enorme fortuna.

A lui è certamente accaduto. Dopo lo scandalo di "La Statua di Sale" fece carriera non solo come romanziere ma anche come autore di opere teatrali e come sceneggiatore: per la televisione scrisse nel 1955 lo sceneggiato La Morte di Billy the Kid, che di lì a tre anni venne trasformato nel film con Paul Newman Furia selvaggia, e che vent'anni più tardi sarebbe stato utilizzato come base per La vera storia di Billy the Kid con Val Kilmer. Sempre negli anni Cinquanta Vidal venne anche ingaggiato dalla Metro Goldwin Mayer per lavorare alla sceneggiatura del remake del kolossal Ben Hur, benché non accreditato (l'attore protagonista Charlton Eston, noto conservatore, avrebbe tentato di sminuire il suo contributo). Nel 1960, l'anno dell'elezione alla Casa Bianca di John F. Kennedy, si candidò al Congresso per il partito Democratico nello Stato di New York, in un collegio nel quale tradizionalmente vinceva sempre il candidato Repubblicano (Time la definì una "candidatura kamikaze"): non fu eletto, ma prese più voti di quanti un Democratico fosse mai riuscito ad ottenere in quel distretto. Si trasferì quindi in italia, a Roma, con il compagno Howard Austen, e lì scrisse il romanzo sotrico Giuliano (1964), sulla vita dell'imperatore imperatore romano "Apostata" del quarto secolo nipote di Costantino. Dopodiché inaugurò, con il saggio Washington D.C. (1967), la ambiziosa serie Narratives of the Empire, la sua versione della storia degli Stati Uniti dalla fondazione agli anni alla Guerra Fredda (i volumi successivi furono Burr, LincolnIl Candidato, Impero, Hollywood e L'età dell'oro, usciti nell'arco di oltre trent'anni). La sua chiave di lettura della storia americana era, per usare un termine nostrano, antiimperialista: una critica del graduale abbandono della politica estera isolazionista delle origini e del passaggio ad una visione espansionista e alla conquista di una leadership globale.

Nel Sessantotto Vidal curò per la televisione delle crobache della famosa Convention nazionale Democratica di Chicago, e in quell'occasione si fece notare per aver definito il fondatore della National review William F. Buckley, il leader degli intellettuali conservatori americani, un “criptofascista”. In quell'anno egli uscì con la commedia Myra Breckinridge, satira di costume con protagonista un transessuale che, trasofrmatosi in donna, si spaccia per la vedova di sé stesso. Nel 1975 avrebbe realizzato un sequel, Myron, nel quale, per aggirare la censura sul turpiloquio, giocò a sostituire i nomi dei genitali dei protagonisti con quelli dei giudici della Corte Suprema. Negli anni Settanta, oltre che altri saggi e romanzi, scrisse anche la sceneggiatura del film "Io, Caligola" di Tinto Brass, dal quale prese però poi le distanze (lo definì "uno dei film più brutti" che avesse mai visto).

Nel necrologio uscito oggi sul New York Times si osserva che Vidal "trasse enorme piacere nell'essere un personaggio pubblico, forse più di qualunque altro scrittore americano fatta eccezione per Norman Mailer o Truman Capote". Piacere - e privilegio - che l'America non gli ha certo negato. Contrariamente a molti intellettuali radical, Vidal non ha mai snobbato la televisione, nella quale ha spesso preseziato non solo come sceneggiatore ma anche come opinionista e ospite di dibattiti. Al cinema, poi, non ha mai disdegnato di interpretare se stesso, quarant'anni fa in Roma di Fellini così come vent'anni fa in Bob Roberts di Tim Robbins. Non disdegnò nemmeno la politica: una volta dichiarò di aver "sempre voluto essere un politico ma di essere nato scrittore", e nonostante il fallimento del 1960 fece un nuovo tentativo elettorale nel 1982, in piena era Reagan, candidandosi alle primarie del partito Democratico per uno dei due seggi californiani al Senato: arrivò secondo tra nove candidati (vinse Jerry Brown, che era governatore del Golden state e lo è nuovamente ai nostri giorni).

 Il tardo Vidal, quello dell'ultimo decennio, è stato probabilmente il meno brillante. Lo stesso Christofer Hitchens, che a lungo fu un suo delfino, poco prima di morire notò che egli "avrebbe potuto essere l'Oscar Wilde del suo tempo", ma finì per peredere la bussola. Nell'America post-Undici Settembre Vidal è divenuto una voce stonata più che scomoda, pronto a lanciarsi in deliri dietrologici di bassa lega, a dichiarare che il presidente Bush, "l'uomo più stupido d'America", era al contempo abbastanza perfido da essere "probabilmente" coinvolto negli attentati al World Trade Center per poter invadere l'Afghanistan, così come del resto era probabilmente stato Franklin Delano Roosevelt sessant'anni prima ad "indurre i giapponesi ad attaccare Pearl Harbor" per poter entrare in guerra; e poi di essersi pentito di aver votato per Obama nonostante l'alternativa fosse per lui apocalittica (ha definito John McCain "il pazzo dell'Arizona" sollevando torbide illazioni sulla autenticità del suo passato di eroe di guerra, e non ha esitato ad etichettare come "fascisti" i repubblicani), perché il quarantaquattresimo presidente non avrebbe saputo porre fine a quella che egli considera una deriva militarista e antidemocratica del suo Paese, del quale ormain parlava come se si trattasse dell'Egitto o del Pakistan ("presto avremo in America una dittatura militare", disse in un'intervista al Times di Londra, "perché neient'altro ormai può tenere assieme questo Paese"). "Si definì talvolta un populista", si legge oggi sul NYT, "ma non lo fu mai in modo convincente. Sia per nascita che per carattere, egli fu piuttosto un aristocratico".