Lieberman o Zoellick: Romney chi vorrebbe agli Esteri?

Foreign Policy ha individuato i nomi dei principali papabili per la Segreteria di Stato in caso di vittoria repubblicana alle presidenziali

Bene: ora sappiamo che se Mitt Romney dovesse essere eletto presidente, il suo vice sarà il giovane "falco del budget" Paul Ryan. Ma per quanto riguarda la politica estera, la sua amministrazione si affiderebbe a un "falco" o a una "colomba?" Chi ingaggerebbe Romney come Segretario di Stato (cioé ministro degli Esteri)?

Josh Rogin di Foreign Policy ha tentato di scoprirlo con un'inchiesta condotta fra i consulenti del Team Romney (tutti protetti dall'anonimato) per tentare di carpire le intenzioni al riguardo del candidato repubblicano alla Casa Bianca. Il più probabile Segratario di Stato di una ipotetica amministrazione Romney sarebbe, secondo queste indiscrezioni, Joe Lieberman, il senatore indipendente del Connecticut che rappresenta una sorta di ala sinistra del movimento neoconservatore.

Lieberman, che a gennaio andrà in pensione dopo ben 24 anni di carriera al senato, è stato per una vita un esponente di primo piano del Partito Democratico, per il quale era stato addirittura candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti nel 2000 in ticket con Al Gore; dopodiché alle primarie democratiche del 2004 si era presentato alle primarie per la candidatura a presidente, con esiti molto modesti. Nel 2006 venne sconfitto alle primarie per la ricandidatura nel suo seggio senatoriale del Connecticut, causa il boicottaggio da parte dei dirigenti del Partito Democratico proprio per via delle sue idee troppo “da falco” sulla politica estera. Tra i frondisti che lo appoggiarono in quella sfida vi fu anche il giovane collega Barack Obama. Lieberman a quel punto si candidò allora fuori dai due grandi partiti, "solo contro tutti", e venne trionfalmente rieletto come unico senatore indipendente (battendo il miliardario pacifista Ned lamont, che il partito gli aveva preferito).

Lieberman è sempre stato fautore di una politica estera decisamente interventista, volta a privilegiare la promozione della democrazia rispetto al queto vivere commerciale e alla realpolitik. Negli anni Novanta fu tra i principali fautori del regime change in Iraq, ed ora segue la stessa linea sull'Iran. Esponente di spicco della comunità ebraica statunitense, sostiene da sempre una politica estera radicalmente filoisraeliana (se nominato Segretario di Stato, sarebbe il secondo uomo politico ebreo a rivestire questa carica: ad oggi l'unico caso è quello di Henry Kissinger).

Un dettaglio che può dirla lunga sul curriculum di Lieberman, è rappresentato dal disegno di legge che egli nel 2005 firmò a quattro mani con il collega repubblicano John McCain (il futuro candidato alla presidenza battuto da Obama nel 2008) con la sofisticatissima denominazione "A.D.V.A.N.C.E. Democracy Act". “Advance Democracy” significa “promuovere la democrazia”, ma la prima parola è in realtà un acronimo che sta per “Advance Democratic Values, Address Nondemocratic Countries, and Enhance”, per cui la versione estesa del barocco titolo escogitato è “Promuovere i Valori Democratici, Affrontare i Paesi Non-democratici ed Accrescere la Democrazia”. Quella proposta di legge, mai appprovata, chiedeva agli Stati Uniti di affidare la promozione della democrazia nel mondo con mezzi pacifici al Dipartimento di Stato, tramite l'istituzione di un ufficio ad hoc denominato "Movimenti democratici e transizioni", nonché di “centri regionali” dedicati alle operazioni per la promozione della democrazia, con l’incremento di ben 250 milioni di dollari all’anno dei fondi stanziati per aiutare i gruppi democratici; inoltre, la proposta McCain-Lieberman prevedeva un investimento sulla cosiddetta “Community of Democracies” (una alleanza stabile ed istituzionale tra i Paesi democratici, finalizzata a supplire ai fallimenti dell’ONU) talmente concreto da includere persino l’edificazione di un palazzo che ne ospitasse il quartier generale.

Nel 2008 Lieberman ha dato il proprio endorsement a John McCain, appoggiando la sua candidatura alla Casa Bianca contro quella del candidato del suo partito, con questa motivazione: “Trovo che il Partito Democratico sia cambiato: oggi non è più quello che era nel 2000. Non è più il partito di Bill Clinton e Al Gore, che era fortemente internazionalista e aveva una linea “forte” sulla difesa, sul sostegno alla libertà dei commerci e sul sostegno alle riforme in politica interna. Quel partito è stato, di fatto, soggiogato da una minoranza di estrema sinistra che è protezionista, isolazionista e di una faziosità esasperata”. Ci mancò poco che McCain lo ricompensasse affidandogli il ruolo di candidato vice che invece affidò infine a Sarah Palin. 

Dopo quello di Lieberman, il secondo nome più accreditato secondo l'indagine di FP sarebbe quello di Bob Zoellick, il quale ha appena terminato il proprio mandato di presidente della Banca Mondiale conferitogli da George W. Bush nel 2007, per rimpiazzare il dimissionario neoconservatore Paul Wolfowitz.

Zoellick, che attualmente insegna ad Harvard (quindi nella Boston di Romney), rappresenta una vera e propria antitesi rispetto a Lieberman: prima di presiedere la World Bank era stato il numero 2 del gruppo Goldman Sachs, e prima ancora era stato il braccio destro di George Baker quando questi era il Segretario di Stato nell'amministrazione di George Bush padre. Contrariamente a Lieberman, Zoellick è un esponente della cosiddetta scuola "realista", e rappresenterebbe un'alternativadecisamente  più diplomatica e moderata: molto più cauto rispetto alla linea filoisraeliana, molto più soft sui diritti umani in Cina e in Russia... Una tecnocrate di establishment più sensibile agli interessi commerciali che ai grandi ideali, una "colomba" insomma, in contrapposizione al "falco" idealista Lieberman.

 L'altra ipotesi discussa nell'atricolo di FP è l'identità del possibile Ministro della Difesa di Romney. Gira il nome dell'ex senatore del Missouri Jim talent, ma qualcuno fa anche quello dell'attuale capo della CIA, il generale David Petraeus - la cui nomina richiederebbe però una dispensa del Congresso rispetto alla norma che vieta di affidare la guida del Pentagono ad un ex militare che sia andato in pensione da meno di sette anni.