Uragano o no, la partita si decide in Florida

Perché i repubblicani hanno deciso di tenere la convention a Tampa nonostante i rischi climatici

 Piove a dirotto su Tampa, e quello che avrebbe dovuto essere il giorno della inaugurazione della convention nazionale repubblicana è invece un giorno di apprensione in attesa di apprendere se davvero quella che per ora è solo una tempesta tropicale degenererà in poche ore in un uragano di quelli tosti.

In Florida succede spesso, con l'arrivo del mese di settembre. Cosa ha spinto il Partito Repubblicano ad organizzare proprio lì la convention? Semplice: la Florida è il vero campo di battaglia di ogni elezione presidenziale. Non è lo stato che assegna il maggior numero di voti elettorali, ma è di gran lunga quello che ne assegna di più tra gli stati in bilico, quelli che votano in modo oscillante e che quindi entrambi i candidati possono ragionevolmente sperare di conquistare. Lo stato più popoloso (il numero di voti elettorali è stabilito in proporzione alla dimensione demografica) è la California, che però si dà per scontato vada al candidato Democratico così come il terzo, New York; altrettanto vale per il secondo in classifica, il Texas, che è aprioristicamente appannaggio dei Repubblicani. La Florida, che è il quarto Stato più popoloso dell'Unione, rappresenta quindi il boccone più lauto fra quelli realmente in gioco. 

Solo nella zona di Tampa risiedono tanti elettori quanto nell'intero Colorado, o in Arizona. Quella di Palm Beach da sola conta più o meno tanti elettori quanto il Nevada. E, fatto decisivo, tutti questi elettori non votano in modo stabile. O meglio: non quelli della Florida centrale. A Nord - nelle zone limitrofe all'Alabama e alla Georgia - risiede un elettorato classicamente "sudista", quindi conservatore; a Sud - soprattutto a SudEst, attorno a Miami - l'alta concentrazione di pensionati newyorkesi e di immigrati latinoamericani determina una netta prevalenza del voto democratico. Ma al centro, nella fascia che va da Tampa (appunto...) a Daytona, che rappresenta circa il 45% dell'elettorato del Sunshine State, il voto oscilla: il che fa della Florida un gigantesco ago della bilancia. Nelle ultime cinque elezioni presidenziali, la Florida è stata conquistata due volte dal candidato repubblicano, due volte da quello democratico e una, nel 2000, è stata assegnata al repubblicano (George W. Bush) dopo cause legali e sofferti riconteggi, ma comunque per una differenza tanto esigua da consentire di considerare quel voto una sorta di pareggio. Ma non fu un caso del tutto eccezionale: negli ultimi vent'anni, la partita presidenziale in Florida è stata vinta o persa sempre con un margine risicatissimo. Quattro anni fa fu vincendo in Florida che Obama divenne pesidente: quest'anno i sondaggi confermano che la partita, come sempre, è aperta.

I repubblicani ci sperano, anche perchè non hanno scelta. Curiosamente nella Storia degli Stati Uniti non sì è mai avuto un candidato presidente e nemmeno un candidato vicepresidente proveniente dalla Florida. Eppure, vincere lì è vitale: e lo è in particolar modo per i Repubblicani che non possono contare su una scorta di voti elettorali quale quella che ai Democratici deriva dall'abbinata California + New York. Di fatto dai tempi di Calvin Coolidge, negli anni Venti del secolo scorso, nessun repubblicano è divenuto presidente senza vincere in Florida. 

A tutto questo, come se non bastasse, si aggiunge la composizione strategica dei gruppi etnici e sociali che compongono l'elettorato della Florida. La comunità ebraica, a esempio, lì è particolarmente numerosa la sua concentrazione in quello Stato è una delle ragioni per cui i sette milioni di ebrei americani, pur rappresentando solo il 2,5% della popolazione nazionale, sono uno dei gruppi chiave per aggiudicarsi la Casa Bianca. E quest'anno i repubblicani puntano moltissimo su di esso - e quindi, a maggior ragione, sulla Florida. L'elettorato ebraico-americano in termini nazionali nel 2008 votò all’82% per Obama (nel 2004 aveva votato per Kerry al 77%); ma la "relazione complicata" che in questi anni la Casa Bianca ha intrattenuto con il governo israeliano rimette tutto in discussione.

Poi ovviamente ci sono i latinoamericani: in termini generali una colonna portante della Obama Coalition, drammaticamente fuori dalla portata del Grand Old Party sempre più sbilanciato sulla linea anti-immigrati; ma in Florida sono un gruppo piuttosto eccentrico perché composto in gran parte da cubani (esuli, si diceva un tempo; oggi più che altro figli o nipoti di) ed in secondo luogo da portoricani. A differenza dei messicani (che a livello nazionale rappresentano la stragrande maggioranza dei latinos) cubani e portoricani tendono a ad essere un po' meno sensibili ai problemi dell'immigrazione, i primi perché più interessati alle questioni di "sicurezza nazionale" (non a caso la superstar cubanoamericana del momento, Marco Rubio, è un repubblicano che studia da esperto di politica estera in salsa neoconservatrice), i secondi perché tutti cittadini americani dalla nascita.

Infine gli anziani: la Florida, con il suo clima subtropicale, è da decenni la casa di riposo d'America, la meta prediletta dei pensionati che accorrono da tutto il continente a curarsi i reumi con le sabbiature e ad ammazzare il tempo con i svaghi balneari e non. Sono circa un quinto dei residenti dello Stato. Quest'anno la scommessa dei repubblicani è riuscire a non metterli in fuga con i piani di tagli al sistema di assistenza sanitaria statale loro dedicato, Medicare, teorizzato dal candidato vicepresidente Paul Ryan. Per ora i sondaggi non rilevano traccia di questo rigetto, ma la vera partita è appena cominciata.