Trump e il coronavirus: tra salute pubblica ed economia si gioca il futuro da presidente

'The Donald' preme per far ripartire gli Stati Uniti al più presto, per paura che il crollo dell'economia possa costargli la rielezione. Potrebbe però far aggravare la crisi sanitaria, che non gli sarebbe perdonata dagli americani
General Electric

Quando il senatore Lindsey Graham ha chiamato il presidente Donald Trump, la scorsa domenica, è stato chiaro: se farai ripartire il Paese troppo presto, contro l'avviso degli esperti di salute pubblica, ti saranno addebitate le morti da nuovo coronavirus che seguiranno. Il senatore repubblicano, stretto alleato del presidente, gli ha anche detto che non sarà considerato l'unico responsabile: lo stesso partito repubblicano rischierebbe di essere incolpato di aver messo il commercio e i mercati azionari davanti alla salute degli americani, tra l'altro a pochi mesi dalle elezioni presidenziali. A raccontare la telefonata tra i due, al Washington Post, sono stati tre funzionari della Casa Bianca e un parlamentare repubblicano.

Trump ha ascoltato Graham, ma non gli ha promesso nulla. Il presidente avrebbe detto, come poi fatto pubblicamente, che gli americani devono tornare al lavoro e le aziende devono riaprire al più presto. "Il nostro Paese non è stato costruito per essere chiuso" ha detto in una conferenza stampa dello scorso luned", dando inizio a una settimana in cui ha quotidianamente ribadito che il Paese deve ripartire e che la sua intenzione è quella di fare in modo che avvenga "entro Pasqua".

Il problema politico attuale, naturalmente, è quello di riuscire a bilanciare l'importanza di salvare vite umane e quello di non far precipitare l'economia statunitense. Con le attuali linee guida in scadenza, la task force guidata dal vicepresidente Mike Pence si prepara a presentare delle raccomandazioni meno rigide.

Tecnicamente, però, non è una decisione che potrà prendere il presidente. La battaglia per riaprire il Paese ha già messo Trump contro molti governatori, repubblicani e democratici, alle prese con l'emergenza coronavirus nelle loro comunità, e saranno questi ultimi ad avere l'ultima parola sulla riapertura di ristoranti, negozi e fabbriche. È altrettanto vero che gli Stati hanno bisogno degli aiuti federali e Trump ha già fatto capire che, se non ci sarà 'collaborazione', degli Stati potrebbero non ricevere quanto desiderato.

Trump ha dichiarato che la sua "prima priorità" è la salute degli americani, che la sua decisione sarà guidata dagli esperti e che "permetteremo di riaprire con cautela le attività al momento appropriato". Secondo le fonti del Washington Post, il presidente sarebbe in realtà, in privato, molto preoccupato per l'economia, visto il crollo vissuto da Wall Street e le fosche previsioni sul Pil del secondo trimestre, visto in calo del 25-30% da JpMorgan Chase e Morgan Stanley. Trump avrebbe ricevuto decine di telefonate da imprenditori, ricchi donatori e politici conservatori che gli avrebbero chiesto di far ripartire il Paese, anche a costo di correre dei rischi in termini di salute pubblica.

Il presidente vorrebbe riaprire gradualmente il Paese, partendo dagli Stati meno colpiti. Tra questi ci sono quelli del Midwest, che gli hanno permesso di vincere le presidenziali del 2016 e saranno decisivi anche a novembre. La gestione dell'emergenza e i rapporti con i governatori di questi Stati saranno fondamentali per il suo futuro alla Casa Bianca.

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